Lo sguardo di Conte sul cuore del paese reale
Giuseppe Conte compie un gesto di coraggio intellettuale e audacia politica nella sua analisi, portata avanti con spietata lucidità sulle aporie di una sinistra sempre più arroccata in un orizzonte di solipsismo identitario e lontana dalla sensibilità di un corpo elettorale che non riconosce più nelle liturgie woke la risposta alle proprie angosce quotidiane.
Mentre Elly Schlein coltiva con ostinazione quasi mistica il recinto di un 20% elettoralmente fedele ma strutturalmente incapace di proiettare la propria visione oltre la soglia del ceto medio colto delle grandi aree urbane, Conte intuisce che quella stessa bulimia per il politicamente corretto sta tramutandosi in una vera e propria zavorra che rende il campo progressista refrattario al sentire comune del restante 80% della nazione.
In una parabola inquietante che richiama le recenti e penose difficoltà dei democratici d’oltreoceano, incapaci di capitalizzare le debolezze di Trump per aver sacrificato l’efficacia politica sull’altare di primarie ostaggio di radicalismi ideologici e avanguardie intellettuali di una sinistra che ha smarrito la grammatica del conflitto sociale per ripiegare su un esercizio di stile permanente.
L’ex premier palesa dunque come l’avversario più insidioso e temibile per Giorgia Meloni, proprio in virtù di una biografia che non lo vede prigioniero dei dogmi del nuovo corso del Nazareno, bensì figlio di un establishment che ha saputo cavalcare la tigre pentastellata senza tuttavia mai abdicare a un pragmatismo di estrazione giuridica e accademica che lo rende un animale politico capace di parlare la lingua della realtà.
Dove la leader del PD si perde nell’elitarismo dei salotti ormai marginali e autoreferenziali, Conte recupera la centralità di temi che la destra ha saputo egemonizzare con successo. Dalla percezione dell’insicurezza alle lacerazioni di un’integrazione che non può tradursi in una rinuncia ai pilastri etici di una società civile.
Conte contro Schlein: il vero scandalo della sinistra
Conte comprende che la sinistra avrebbe frecce ben più determinanti della critica al linguaggio o del moralismo di facciata; che il vero scandalo della politica contemporanea risiede proprio nell’abbandono dei ceti popolari e di quella classe media ormai ridotta allo stremo da una precarietà esistenziale che non trova conforto nei tweet indignati sui diritti civili, seguiti dal silenzio più arido sui diritti sociali.
Conte non cerca la legittimazione nelle cerchie ristrette dei circoli intellettuali, ma si offre come il catalizzatore di un malessere diffuso che non chiede di essere educato al nuovo ordine morale, bensì di essere tutelato nei propri interessi materiali. La sua è una sfida che spoglia la sinistra di quel travestimento elitario che la rende invotabile per la maggioranza degli italiani e la costringe a un confronto brutale con il proprio fallimento strategico.
Se Schlein rappresenta il volto rassicurante di un progressismo ormai canonizzato e innocuo nella sua inoffensività iconografica, Conte si propone come l’incarnazione di una modernità che sa essere tagliente e connessa con le viscere del paese, pronta a sottrarre alla destra la sua armatura di certezze per trasformarla in una piattaforma di governo che mira non più all’omologazione etica, ma alla ricostruzione di un tessuto sociale dilaniato dalle diseguaglianze e dal distacco di una classe politica troppo intenta a guardarsi allo specchio per accorgersi di aver smarrito la strada di casa.
Anche perché solo alla miopia politica di una donna fuori dal mondo come Elly Schlein può sfuggire il fatto che sicurezza, immigrazione, problemi della società multiculturale sono sentiti trasversalmente da tutti gli italiani. Non ritengo assolutamente Conte vicino alla mia sensibilità. Però è un uomo nettamente più pratico di una radical chic lontana dai problemi correnti della vita sociale.
LEGGI TUTTE LE NEWS DI POLITICA
Torna alle notizie in home