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Il ritorno dei dublinanti in Italia e il fallimento strutturale di Bruxelles

L'economia europea si nutre della manodopera migrante a basso costo

di Mauro Trieste -


La ripresa dei trasferimenti dei richiedenti asilo verso l’Italia da parte di Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Svezia e Finlandia è la fotografia di un’Europa che non ha una strategia, non ha una visione e non ha nemmeno il coraggio di ammetterlo. Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, celebrato come svolta epocale, si sta rivelando per ciò che è, una “riforma cosmetica”, che irrigidisce i meccanismi di Dublino invece di superarli. Il principio resta lo stesso di vent’anni fa. Chi arriva in Italia è responsabilità dell’Italia. Fine della discussione.

Gli interessi nazionali prevalgono sulla retorica

Dietro la burocrazia dei moduli standard e delle notifiche Eurodac vi è un messaggio politico chiaro. I Paesi del Nord non intendono farsi carico di nulla. Vogliono continuare a scegliere chi tenere e chi rispedire indietro. E Bruxelles, invece di affrontare la questione, si limita a certificare la loro volontà.

Un dublinante è un migrante che ha chiesto asilo in Italia perché costretto dalle norme. Poi, come fanno migliaia di persone ogni anno, ha cercato di raggiungere Paesi dove il lavoro c’è, i salari sono più alti e l’integrazione non è un miraggio. Quando viene identificato, scatta il ritorno alla casella di partenza.

Un cambiamento che non porta benefici

Il Patto, entrato in vigore il 12 giugno scorso dopo essere stato approvato a dicembre, non cambia nulla. Anzi, peggiora le cose. Il trasferimento può avvenire in qualsiasi momento, non esistono più limiti temporali, la responsabilità non si trasferisce mai, chi si sposta senza permesso viene rimandato indietro con una procedura accelerata. Chi non collabora, rischia procedure d’infrazione, che possono comportare condanne a pene pecuniarie. Inoltre, gli altri Paesi membri possono sospendere la solidarietà obbligatoria. In teoria, la Commissione può anche decidere di sospendere i versamenti di alcuni fondi Ue.

La presa di posizione di Futuro Nazionale

Il testo è stato approvato anche dall’Italia, che per anni aveva chiesto ricollocamenti obbligatori. Ungheria e Polonia hanno fatto muro, e la Commissione ha preferito un compromesso che tutela i Paesi più forti e scarica i costi sui più esposti. L’atteggiamento del governo non è piaciuto a Futuro Nazionale. “Dopo la Germania, la Svizzera e l’Austria adesso anche la Finlandia e Svezia insieme ai Paesi Bassi hanno annunciato e già avviato le procedure per rispedirci gli immigrati dublinanti arrivati nei loro Paesi, passando per l’Italia. Questo testimonia purtroppo che anche con il governo Meloni gli immigrati continuano a sbarcare e che il promesso blocco navale non è mai stato attuato. Stiamo vivendo le conseguenze dell’accordo siglato tra il Premier italiano e il Presidente della Commissione Europea, Von der Leyen che causerà ulteriori problemi di ordine pubblico per la nostra nazione. Per tutti questi motivi, ho depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministro dell’interno di attivarsi velocemente per non far diventare l’Italia l’imbuto degli immigrati di tutta Europa”. Lo ha detto in una nota il presidente dei deputati vannacciani, Edoardo Ziello.

I numeri dei dublinanti e l’ipocrisia dell’Ue

C’è un punto che nessuno a Bruxelles vuole affrontare. L’economia europea si nutre della manodopera migrante a basso costo. I dublinanti alimentano settori quali agricoltura, logistica, edilizia, assistenza domestica.

La circolare Piantedosi del 2022 ha bloccato i rientri, ma non ha fermato la pressione. Dal 2018 al 2022 sono stati trasferiti in Italia 17.605 dublinanti. Dal 2022 al 2025 le richieste di presa in carico sono state 80.000. Numeri che fotografano un sistema che non funziona, e non regge. L’Ue continua a fingere che la mobilità interna sia un problema amministrativo e non una questione strutturale.

La vicenda dei dublinanti è la prova che l’Unione europea non ha una politica migratoria. Ha solo un regolamento che scarica responsabilità e alimenta tensioni. Mentre Bruxelles celebra il “nuovo corso”, i Paesi del Nord continuano a rispedire indietro persone come fossero resi.


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