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Politica

Campo largo, vocazione stretta: troppi leader, nessuna linea

di Eleonora Manzo -


Il campo largo continua a essere raccontato come una prospettiva politica ma in realtà è ormai una finzione retorica. Un’etichetta utile a nascondere ciò che non si riesce a risolvere, la radicale incompatibilità tra leadership, culture, interessi e perfino linguaggi che dovrebbero comporre l’alternativa alla destra. Non c’è un’idea di Paese condivisa, non c’è una gerarchia di priorità, non c’è una visione comune del governo. C’è, semmai, un assemblaggio fragile di convenienze elettorali, tenuto insieme dalla sola speranza che l’avversario inciampi.

Il punto non è soltanto che il centrosinistra perda. Il punto è perché perde. E su questo Enrico Mentana, nell’intervista concessa a 4 di Sera, ha detto una cosa che nei palazzi molti pensano ma pochi ammettono. La destra continua a vincere anche per incapacità degli avversari di costruire una proposta seria, leggibile, coerente. Non basta evocare l’unità per renderla reale. Non basta schierarsi contro Giorgia Meloni per diventare automaticamente un’alternativa di governo. Se manca la sostanza, la formula si svuota. E il campo largo, ormai, appare precisamente questo. Una formula svuotata.

Dentro questo recinto, Giuseppe Conte occupa un posto centrale e insieme corrosivo. Centrale, perché i suoi voti pesano. Corrosivo, perché la sua strategia non è costruire una coalizione, ma presidiare il proprio spazio erodendo quello altrui. Conte non si muove da federatore, ma da competitore. Colpisce il Partito democratico quando gli conviene, si smarca quando serve, detta condizioni che sono difficilmente compatibili con una linea comune e poi si presenta come il più coerente del gruppo. È una tattica legittima, persino abile. Ma è la tattica di chi punta a rafforzare se stesso, non a rendere credibile una squadra.

Il problema è che dall’altra parte non si vede una leadership capace di sciogliere il nodo. Elly Schlein prova a tenere insieme mondi divergenti, ma finisce spesso per inseguirli tutti senza guidarne davvero nessuno. Così il campo largo diventa il luogo dell’ambiguità permanente. Massimalisti e moderati, governisti e protestatari, rigoristi a giorni alterni e populisti di ritorno. Un mosaico che non compone un disegno, ma una confusione.

Ecco allora il dato politico che la sinistra continua a rimuovere. La destra vince perché appare più riconoscibile. Non perfetta, non unanime, non priva di tensioni. Ma riconoscibile. Giorgia Meloni, al di là del giudizio che ciascuno può dare, ha costruito una linea di governo chiara, una linea comprensibile, un perimetro politico che gli elettori identificano con immediatezza. E nella politica contemporanea, dove la fiducia si misura anche sulla percezione di solidità, questo conta enormemente.

Il centrosinistra, invece, continua a scambiare la somma delle debolezze per una strategia. Ma un’alleanza che non riesce a tenere in piedi nemmeno un’idea solida insieme, difficilmente può convincere gli italiani di saper tenere in piedi il Paese. Finché il campo largo resterà questo cantiere litigioso, questa compagnia provvisoria di diffidenze reciproche, la destra continuerà a vincere a mani basse, indipendentemente da tutto, perché non avrà contraddittorio. Vincerà perché dall’altra parte, semplicemente, non c’è ancora nessuno che abbia deciso cosa vuole essere da grande.

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