La deflagrazione politica arrivata dalla Sassonia-Anhalt è un segnale tellurico che attraversa la Germania e si propaga nell’intera Unione Europea. La vittoria di Alternative fur Deutschland, con il 43,8% dei consensi, certifica un mutamento profondo delle gerarchie valoriali del continente. Identità, sicurezza e difesa del portafoglio si impongono come nuove categorie politiche dominanti, mentre le narrazioni di Berlino e Bruxelles appaiono sempre più distanti dalle ansie materiali dei cittadini.
Una partecipazione popolare da record
Il dato che più impressiona è l’affluenza. Il 77,8% è il dato più alto dalla riunificazione. AfD non solo conquista voti, ma mobilita masse che da anni non si recavano alle urne. Secondo le stime di Infratest dimap citate da Der Spiegel, 170mila ex non votanti hanno scelto il partito di Siegmund, insieme a 83mila elettori provenienti dalla Cdu, 17mila dalla Fdp, 12mila dalla Linke, 6mila dalla Spd e 2mila dai Verdi. Una migrazione di consensi che fotografa la crisi dei partiti tradizionali e la capacità della forza di ultradestra di parlare alla parte produttiva della società. Oggi vota il partito il 61% degli operai e il 53% dei piccoli imprenditori e degli autonomi. È l’alleanza tra lavoro, piccole imprese e ceti popolari a trainare l’onda.
Il crollo della partitocrazia di potere e le prospettive di AfD
La Cdu precipita al 17,2%, mentre Linke, Spd e Verdi si fermano sotto il 10%. Il Bsw di Sahra Wagenknecht supera la soglia del 5% e conquista cinque seggi, diventando l’ago della bilancia in un Landtag dove AfD si ferma a 39 seggi, tre in meno della maggioranza assoluta. La prospettiva di governo si gioca dunque sul meccanismo dei tre scrutini previsti dalla Costituzione regionale. Al terzo, con maggioranza semplice, l’astensione dei “rossobruni” potrebbe bastare per eleggere Siegmund.
Merz si lecca le ferite
Il cancelliere Friedrich Merz, nella riunione della direzione federale della Cdu, ha ammesso che il voto “scuote il partito fin dalle fondamenta” e che non si può “far finta di nulla”. Il grande sconfitto ha denunciato l’incapacità della Cdu di trovare un “canale emotivo” con la popolazione. Ma le sue parole tradiscono un limite politico più profondo. L’insistenza sul riarmo, la russofobia come architrave della politica estera e la difesa di un “modello energetico” che ha contribuito alla deindustrializzazione dell’Est, sono state un boomerang. Una linea che appare distante da un elettorato che chiede protezione economica, non posture geopolitiche.
La soddisfazione dei vincitori
Sul fronte AfD, Alice Weidel ha definito Merz “un peso per la Germania” e ha rivendicato la vittoria come prova che “i cittadini non vogliono che le cose continuino così”. La sua agenda è stop all’immigrazione illegale, chiusura delle frontiere, lotta alla criminalità, inversione della politica energetica e fine del sostegno all’Ucraina. Tino Chrupalla ha attaccato la “spedizione di miliardi all’estero”, mentre Siegmund ha parlato di “compito storico” e ha aperto ai colloqui con altre forze. Il Bsw, dal canto suo, ha confermato la disponibilità ad astenersi al terzo scrutinio, favorendo di fatto l’elezione del candidato di Alternativa per la Germania.
Gli occhi stranieri sulla Sassonia
La reazione internazionale è stata immediata. Da Mosca, Kirill Dmitriev ha celebrato Ulrich Siegmund come “voce della ragione” contro le “menzogne belliciste”, rilanciando l’idea di un riavvicinamento tra Germania e Russia. In Italia, il voto tedesco ha riacceso le tensioni tra i vicepremier. Salvini ha definito la vittoria di AfD “democrazia”, mentre Tajani ha espresso preoccupazione per le derive estremiste. Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, ha parlato di “onda popolare”. L’ex generale è atteso dalla sfida di riuscire ad intercettare il non voto con un’agenda incentrata su salari, sicurezza, immigrazione e costo della vita, seguendo la traiettoria di Rassemblement National, Reform UK e della stessa AfD, ormai partiti di massa.
Tremano gli euroburocrati
A Bruxelles si moltiplicano gli isterismi. L’idea di rafforzare i “cordoni sanitari” appare come una risposta burocratica a un fenomeno politico che nasce dal basso. La Sassonia-Anhalt non è un incidente, ma il sintomo di un’Europa che cambia, dove le élite faticano a comprendere che la domanda di protezione sociale, identitaria ed economica non può essere più liquidata come estremismo.