La valanga AfD sfida il modello tedesco e travolge Merz
Il 43,8% in Sassonia-Anhalt non è un voto di protesta: è la crepa che il cancelliere e Bruxelles continuano a sottovalutare
La Sassonia-Anhalt consegna all’AfD una vittoria che ha il peso di un terremoto politico. L’ultradestra raggiunge il 43,8%, contro il 17,2% della Cdu, mentre Spd, Verdi e Linke si fermano intorno al 9% e il BSW di Sahra Wagenknecht supera la soglia con il 5,3%. Non è solo un risultato elettorale. Si tratta della plastica rappresentazione di una frattura nazionale che si allarga da anni e che ora diventa plateale, certificata da un’affluenza record del 77,8%, la più alta dalla riunificazione.
Nell’Est tedesco il voto non è mai soltanto voto. È biografia sociale. È la somma di salari più bassi, di fabbriche sotto pressione, di costi dell’energia diventati insostenibili, di un’immigrazione percepita come imposizione, dell’insicurezza quotidiana e della sensazione di essere trattati come una periferia interna dalla Germania ricca, liberale e atlantista dell’Ovest. Alternative fur Deutschland intercetta questo malessere e lo traduce in una grammatica politica elementare e radicale: prima i tedeschi, prima il lavoro, prima la sovranità.
Le parole dei vincitori
Ulrich Siegmund lo dice con orgoglio: “Abbiamo fatto la storia”. Alice Weidel rilancia: “Il partito più forte ha il mandato di formare un governo”. Ma il cordone sanitario degli sconfitti, delle forze minoritarie sempre meno credibili e meno votate, resta intatto. Nessuno dei partiti tradizionali è disposto a collaborare con l’ultradestra. Il Land da 2,1 milioni di abitanti entra così in un limbo istituzionale, mentre la valanga AfD diventa un segnale nazionale in un mese cruciale, con Berlino e Meclemburgo-Pomerania Anteriore al voto il 20 settembre.
Wagenknecht e il BSW: l’altra opposizione che parla all’Est
Nel nuovo Landtag entra anche la Alleanza Sahra Wagenknecht, che definisce il risultato “un nuovo inizio politico”. La sua agenda è un manifesto di rottura. Cambio radicale della politica energetica, fine delle sanzioni contro la Russia, difesa dell’industria nazionale, riforma del servizio pubblico radiotelevisivo, istruzione come priorità. Un programma che parla alla stessa Germania ferita che vota AfD, ma da una prospettiva più marcatamente sociale e anti-liberista.
Wagenknecht esclude una coalizione con la destra radicale, ma non una collaborazione. Non alleanza, non governo comune, ma una convergenza tattica su dossier vitali per l’Est. “La strategia di tenere l’AfD fuori dal governo ha fallito”, afferma. “Formare un’altra coalizione per escluderla sarebbe un affronto agli elettori”. È una dichiarazione che incrina il fronte del cordone sanitario e apre scenari inediti. L’Est non vuole più essere amministrato dall’alto, vuole essere protagonista.
La debacle della Cdu: Merz paga anche la linea dura verso Mosca
La Cdu, ferma al 17,2%, è il grande sconfitto. Il premier uscente Sven Schulze ammette il legame tra il risultato e le politiche del governo federale guidato da Friedrich Merz. Il cancelliere tace, chiuso nella sede del partito. Un silenzio che pesa più di qualsiasi commento.
Merz paga l’ostilità verso Mosca, la fine del gas russo senza alternative, la disciplina europea accettata come dogma, la transizione ecologica senza protezioni per l’industria. Una strategia percepita come suicida. La “castrazione energetica” decisa per compiacere Bruxelles e i volenterosi dell’ortodossia bellicista comunitaria ha messo in ginocchio l’economia orientale, soprattutto il settore chimico. Le fabbriche non reggono i costi, le famiglie non reggono le bollette, la Cdu non regge più il peso di un modello che ha sacrificato l’Est per salvare la narrativa della Germania locomotiva d’Europa.
Un segnale che supera i confini del Land
Le reazioni internazionali, dalle congratulazioni di Elon Musk al plauso dell’ex ambasciatore Richard Grenell, mostrano che la valanga Alternative für Deutschland non è un fatto locale. È un evento politico che ridisegna la percezione della Germania all’estero. Ma il punto decisivo resta interno. La Sassonia-Anhalt non è un episodio, è un avvertimento, anche ai burocrati asserragliati a Bruxelles La frattura tedesca è politica, territoriale, identitaria. L’Est non vuole più essere periferia. Vuole essere Germania.
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