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Attualità

La polizia non ha bisogno di un generale

di Giuseppe Tiani -


Il caso torinese su Roberto Vannacci si è chiarito. Il Dipartimento della pubblica sicurezza ha ricondotto l’incontro del 18 settembre alla sua natura di iniziativa sindacale. Non avrà valore di aggiornamento professionale e non è prevista la partecipazione del questore di Torino. Sarebbe però un errore trasformare questa distinzione in un veto personale o politico.

Vannacci, come ogni rappresentante eletto, può essere invitato da un sindacato a discutere di sicurezza. Il punto non è chi può parlare. È a quale titolo lo si ascolta. Il video diffuso nelle scorse ore mostra la locandina di un convegno promosso a giugno da CGIL Lombardia e Silp con, tra gli altri, il senatore Alfredo Bazoli, l’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, una magistrata, un docente e un avvocato.

Sarebbe incoerente considerare uno scandalo la presenza di un politico soltanto perché si chiama Vannacci. Il discrimine è un altro. Un convegno politico o sindacale è confronto. L’aggiornamento professionale della Polizia è formazione. La Polizia di Stato è un’istituzione civile ad ordinamento speciale. La legge 121 del 1981 ha tradotto nell’ordinamento una lunga battaglia democratica, riconoscendo nel poliziotto un lavoratore e un cittadino e aprendo la sicurezza pubblica al pluralismo sindacale.

Il SIAP riconosce le proprie radici in quella storia. Della cultura liberale ha assunto il limite al potere e il pluralismo. Di quella socialdemocratica i diritti e la dignità del lavoro. Di quella cattolico-popolare la centralità della persona. Culture che convergono su un punto nodale, l’autorità è più forte quando conosce i propri limiti. Per questo la questione della formazione non riguarda le idee politiche del generale. Riguarda le competenze. La preparazione militare merita rispetto perché risponde a missioni nobili ma diverse.

Comando e impiego delle Forze armate non sono automaticamente trasferibili a prevenzione, investigazione, soccorso, ordine pubblico e rapporto con i cittadini. Un ex capo della Polizia possiede una competenza interna alla funzione di pubblica sicurezza. Un magistrato può offrire competenze specialistiche su diritto, processo, investigazione e polizia giudiziaria. Un docente o un avvocato possono essere formatori quando la materia coincide con la loro specializzazione.

Un generale può avere competenze elevatissime, ma maturate in un ordinamento professionale con funzioni diverse da quelle della Polizia. Saranno pertinenti quando lo è la materia, non per il grado. Il criterio è la coerenza tra funzione, contenuto e competenza. Il grado non è un lasciapassare didattico e l’appartenenza politica non è causa di esclusione, se dentro i valori costituzionali. Le periferie non sono teatri di guerra.

Una manifestazione non è un fronte. La Polizia deve prevenire, accertare responsabilità, proteggere persone e libertà, garantire e governare il conflitto nello Stato di diritto. Non per svalutare la cultura militare, ma per riconoscere la specificità della funzione civile di pubblica sicurezza. Confondere le missioni indebolisce entrambe. La polemica di Torino ha mostrato anche un limite politico. Una parte della sinistra ha reagito soprattutto sul nome dell’ospite, offrendo a Vannacci l’argomento più semplice. Se altri politici partecipano a convegni sindacali, perché lui no?

La risposta democratica non può essere la censura. Nella formazione di poliziotti e militari deve valere la distinzione delle funzioni assegnate dalla Repubblica e delle competenze richieste. Le idee politiche non sono mai terze e non possono attribuire valore professionale a un’attività formativa. Le interrogazioni sono legittime quando chiedono conto di un atto amministrativo. Diventano meno persuasive se sembrano stabilire chi possa confrontarsi con i poliziotti e chi no. Resta la questione sociale.

I poliziotti sono lavoratori. Affrontano costo della vita, casa, pensioni e carichi sempre più pesanti. Ai ministri Piantedosi e Zangrillo va riconosciuta l’attenzione concreta verso il personale attraverso rinnovi contrattuali e maggiori tutele. Ma il disagio non scompare per decreto. Quando una parte rilevante dell’opposizione lascia ad altri il linguaggio e le risposte al disagio del personale in uniforme e alla domanda di protezione dei cittadini, rinuncia a una parte della propria storia.

In passato, sino a qualche anno fa, anche per la sinistra oggi all’opposizione esisteva un metodo organizzato di ascolto e confronto con il mondo della sicurezza, senza pretendere appartenenze. In questa legislatura, sul piano strutturato e continuativo, Forza Italia è l’unico partito ad averlo coltivato attraverso la Consulta Sicurezza e Difesa, riunendo sindacati del Comparto, parlamentari ed esponenti di governo, fino al confronto sui temi della sicurezza nella tre giorni di Azzurra Libertà a Montesilvano.

È un metodo che riconosce i sindacati come interlocutori, non come bacini elettorali. Una sinistra più attenta e democratica dovrebbe recuperarlo senza rinunciare alle proprie idee, ma facendo sintesi delle proposte che emergono dal confronto. Gli spazi lasciati liberi, specie quando c’è disagio, vengono occupati.

I poliziotti non sono una riserva elettorale e il sindacato non è una cinghia di trasmissione. Dialoghiamo con governo e opposizioni senza delegare a nessuno la rappresentanza del nostro mondo. Dire che la Polizia non ha bisogno di un generale non significa che un generale non possa parlare ai poliziotti. Significa che formazione professionale e cultura civile del servizio della Polizia ad ordinamento civile non possono essere ricavate da una competenza militare. La Polizia ha bisogno di istituzioni solide, preparazione specifica e cultura democratica per servire la comunità secondo la Costituzione.


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