L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

L’11 settembre senza pace di Trump

Il presidente Usa non partecipa alle celebrazioni a Manhattan

di Ernesto Ferrante -


Gli Stati Uniti commemorano oggi il venticinquesimo anniversario dell’11 settembre con le cerimonie a Ground Zero, al Pentagono e Shanksville, i tre luoghi simbolo della tragedia. Ma Donald Trump, ancora una volta, ha scelto di essere altrove. Non a Manhattan, dove si raduneranno quattro ex presidenti, Biden, Obama, Bush e Bill Clinton, insieme a Hillary Clinton e al sindaco Zohran Mamdani. Non nel luogo che più di ogni altro incarna la ferita nazionale. Il presidente resterà nell’area di Washington, partecipando alla commemorazione al Pentagono, dopo un tributo ai vigili del fuoco e ai primi soccorritori.

Uno smarcamento che pesa

La sua assenza da Ground Zero è diventata un caso politico. Il tycoon ha liquidato la questione con un “perché andrò al Pentagono”, ma il New York Times ha riferito che la scelta sarebbe legata all’impossibilità di pronunciare un discorso a Manhattan, dove dal 2012 gli interventi politici sono vietati. Il presidente ha smentito con veemenza, definendo la ricostruzione “del tutto falsa e inventata”. Ma il punto non è la veridicità della notizia, quanto piuttosto la simbologia. Nel giorno in cui l’America si ferma, Trump continua a muoversi in un’altra direzione, incapace di fare pace persino con l’11 settembre.

L’orrore come alibi per condurre guerre

Perché il vero nodo è politico e strategico. Dopo gli attacchi del 2001, i presidenti americani hanno progressivamente ampliato il potere di condurre guerre senza autorizzazione del Congresso. Bush con la dottrina della guerra preventiva in Iraq, Obama con l’uso massiccio dei droni e l’intervento in Libia senza un piano per il dopo Gheddafi, e Biden con il ritiro caotico dall’Afghanistan gestito in modo disastroso. Una spirale che ha trasformato la “guerra al terrorismo” in un paradigma permanente.

Il post 11 settembre non ha insegnato niente a Trump

Donald Trump, che aveva promesso di spezzare questa logica, l’ha invece radicalizzata. La guerra contro l’Iran, avviata senza mandato del Congresso, senza sostegno Nato, senza una risoluzione Onu e senza una minaccia imminente, rappresenta l’apice di questa deriva. “La meno popolare dell’era moderna”, l’ha definita l’analista Peter Bergen sulla Cnn, ricordando come il presidente non abbia “imparato nulla dalle passate guerre americane” e non abbia “un vero piano per il day after”. Le “vittorie” sbandierate non hanno prodotto alcun cambiamento strategico. La catena di comando iraniana ha sfruttato il nuovo controllo dello Stretto di Hormuz per destabilizzare i mercati energetici globali.

Il tycoon alla ricerca del consenso perduto

E qui si innesta un altro fronte di crisi, quello economico. L’esasperazione popolare cresce di giorno in giorno, alimentata da un dato che fotografa la frattura tra la retorica presidenziale e la realtà quotidiana. Il prezzo medio del diesel ha toccato il record di 5,94 dollari al gallone, un livello mai raggiunto prima. Un’impennata che gli analisti collegano direttamente alle bombe americane su Teheran e alla conseguente instabilità nello Stretto di Hormuz, da cui transita una quota cruciale del petrolio mondiale. La guerra che doveva “proteggere l’America” sta invece colpendo gli statunitensi nel portafoglio, trasformando ogni rifornimento in un promemoria del costo reale dell’avventura militare.

Sul fronte politico il boomerang è altrettanto evidente. La popolarità del presidente è in calo, il GOP teme una mazzata alle midterm e il capo della Casa Bianca, consapevole del rischio, ha scelto la strada del colpo di teatro con i “Trump dividend”, annunciati alla convention repubblicana di Dallas. Cinquemila dollari per ciascuno dei 240 milioni di americani adulti se i repubblicani manterranno il controllo del Congresso. Un costo di 1,2 trilioni di dollari che aggraverebbe un deficit vicino ai due trilioni e un debito nazionale che ha superato i 40 trilioni.

Il monito dei vescovi e la pace allontanata

In questo quadro, la voce più severa arriva dai vescovi americani. Monsignor Paul Coakley, presidente della Conferenza episcopale, ha diffuso una dichiarazione che richiama alla pace e denuncia la frammentazione del mondo.

Mentre gli Stati Uniti ricordano, il “commander in chief” insiste sulla dottrina della guerra preventiva. La scelta di Trump di non esserci, fisicamente e politicamente, racconta un’altra verità. L’America è ancora divisa, e il presidente non cerca la pace. Nemmeno oggi.


Torna alle notizie in home