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La Lega firma la tregua di Pontida: Salvini apre ai governatori, ma il leader resta lui

di Eleonora Manzo -


C’è un pragmatismo tutto settentrionale che riemerge sempre un attimo prima del baratro. La Lega che si è seduta a tavola a casa di Matteo Salvini non è quella dei proclami incendiari, ma quella, molto più realista, che ha misurato i costi di una rottura pubblica alla vigilia del sacro rito di Pontida. È tra le mura domestiche del segretario che i governatori del Nord – Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e Maurizio Fugatti – hanno siglato non una pace, ma un lucido armistizio di posizionamento.

La maretta interna che ha agitato via Bellerio nelle ultime settimane non è evaporata; è stata semplicemente congelata in nome del realismo politico e della sopravvivenza del brand. Presentarsi sul pratone bergamasco con le frazioni dichiarate e i coltelli visibili a favore di telecamera sarebbe stato un errore tattico imperdonabile, un favore gratuito agli alleati-rivali di governo.

Pontida è il palcoscenico del consenso e l’estetica dell’unità interna viene prima di qualsiasi regolamento di conti.

Così, la nota ufficiale post-vertice ha diffuso il consueto messaggio di assoluta collaborazione e comunità d’intenti. A leggerla con attenzione, però, l’accordo assomiglia molto a quei contratti scritti in caratteri minuscoli in calce alle polizze assicurative.

Salvini ha aperto alla collegialità, ha promesso la nascita di un’associazione del Nord – un contentino identitario per placare i nostalgici dell’autonomia – e ha tracciato una linea programmatica. Ma, per non lasciare spazio a equivoci interpretativi, ha subito piantato la bandierina sottolineando che il segretario resta lui. Come a dire, accomodatevi pure in salotto, ma le chiavi di casa restano nella mia tasca.

I governatori hanno incassato la promessa e firmato il patto di non aggressione. Fontana ha smorzato i toni, Fedriga ha indossato l’abito del diplomatico di lungo corso e Fugatti ha annuito. Dopotutto, l’arte del temporeggiamento è la vera specialità dei dogi settentrionali. Nessuno ha fretta di staccare la spina al Capitano prima del tempo, preferendo attendere che siano i passaggi parlamentari della manovra economica e le scadenze d’autunno a fare il lavoro sporco. Nel frattempo, meglio preservare la ditta e preparare i pullman per il raduno.

Resta da capire cosa accadrà il giorno dopo. I maligni sussurrano che l’intenzione di Salvini sia quella di lanciare una riorganizzazione vecchio stile non appena i riflettori si saranno spenti. Una sfoltita ai rami della dissidenza per blindare la segreteria nazionale. Ma questa è una storia che appartiene al futuro prossimo. Per oggi, la Lega scopre il fascino inedito della quiete prima della tempesta, o forse dopo la messinscena. Sul pratone sventoleranno i sorrisi d’ordinanza e si canterà all’unisono l’orgoglio autonomista. Poi, da lunedì, ognuno tornerà ad affilare le proprie armi, rigorosamente dietro le quinte.

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