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Ex Ilva: lavoratori in piazza in attesa dell’incontro oggi a Chigi

Ieri le manifestazioni a Taranto in attesa della convocazione. Le ipotesi sul tavolo, bisogna far presto

di Cristiana Flaminio -


Ex Ilva: i lavoratori scendono in piazza. Tic, toc. Il tempo stringe. Taranto rischia di trasformarsi in una bomba sociale. Con lo stop all’area a caldo, decretato anche in secondo grado di giudizio dalla magistratura, si rischia una raffica di licenziamenti tali che, di precedenti simili, in Italia non ce n’è. Ma non è questo l’unico rischio. È, sicuramente, quello maggiore. Il più pericoloso, quello che sarebbe in grado, da solo, di far stramazzare al suolo l’economia del territorio. E mica solo di Taranto o dell’area jonica. Quella di tutta la Regione Puglia, del Mezzogiorno intero. E poi, naturalmente, del Paese. Con l’Italia che si ritroverebbe con un pugno di polvere in mano, privata di un asset strategico, costretta, nell’era del reshoring e dell’accorciamento brutale delle catene del valore, a non avere più una produzione siderurgica nazionale.

Ex Ilva, sindacati in piazza: le richieste

Tic, toc. Il tempo stringe. I lavoratori scendono in strada. Uno sciopero di ventiquattro ore. Blocchi stradali, assemblea davanti ai cancelli. Una voce sola. I licenziamenti, urlano lavoratori e sindacati, vanno revocati. C’è chi, come la Fim-Cisl, invoca “ammortizzatori sociali ad hoc” per fare fronte alla chiusura che paralizzerebbe le imprese dell’indotto, scatenando la valanga di licenziamenti. E poi, le parti sociali chiedono di essere convocate quanto prima a Palazzo Chigi. “La presidente del Consiglio intervenga con un provvedimento d’urgenza: blocco dei licenziamenti ora”, ha affermato Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil. “La nostra Costituzione riconosce il fondamento del lavoro, la salute e l’ambiente: i lavoratori tutti dall’indotto all’ex Ilva non possano essere licenziati o messi in cassa integrazione a zero ore”.

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Lotta dura, senza passi indietro

Le sigle sono pronte a lottare fino a che sarà necessario: “Sia chiaro – dicono le categorie – che non ci fermeremo se non ci saranno soluzioni e misure straordinarie per tutti i lavoratori” ex Ilva. Un primissimo risultato è stato raggiunto. Nel primissimo pomeriggio, a seguito dell’incontro col sindaco di Taranto Piero Bitetti e a una prima interlocuzione con il sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano, sono stati rimossi i blocchi stradali. “Abbiamo la necessità di confrontarci – hanno spiegato i sindacati – non solo rispetto a quello che accadrà un secondo dopo la chiusura dell’area a caldo, ma per dare risposte ai lavoratori diretti, di Ilva in As e dell’appalto che non hanno nessuna prospettiva. Dobbiamo salvaguardare non la produzione, ormai ferma, ma il futuro di migliaia di lavoratori con le loro famiglie”.

Oggi a Roma si decide il futuro dell’Italia

Tic, toc. Oggi c’è l’incontro a Palazzo Chigi. E non c’è tempo da perdere. Il governo, che aveva chiesto tempo alle 28 aziende dell’indotto ex Ilva prima di procedere coi licenziamenti, deve presentare una soluzione. Che sia capace di tenere insieme diritti ed esigenze. Che sappia contemperare quello alla salute con quello al lavoro e all’iniziativa economica. Una sfida che è davvero epocale. Bisognerà innanzitutto accelerare sulla transizione verso il polo Dri e i forni elettrici. Poi occorrerà trovare un modo per salvaguardare la continuità produttiva, o almeno per provarci. Quindi occorre trovare un compratore. Qualcuno che sia in grado di restituire solidità all’azienda. E credibilità, oltre a una visione che vada oltre l’emergenza costante, continua e ormai insopportabile che si respira da decenni attorno alla siderurgia italiana. Un triplice compito che non sembra troppo vicino né al fondo Flacks né agli indiani di Jindal mentre resta confinata all’area a freddo la proposta degli italiani.

Torna lo Stato?

L’identikit forse c’è. Ed è quello dello Stato. Il ritorno in mano pubblica, che fino a pochi mesi fa veniva completamente escluso anche solo dai ragionamenti, non è più un tabù. C’è una scelta da fare. È, prima ancora che economica, politica. E strategica. Senza più nemmeno un po’ di acciaio nazionale, per l’industria italiana sarebbe notte fonda. Mancherebbe l’ennesima materia prima. Un lusso che nessuno si può permettere, men che meno un Paese, come il nostro, che ancora fonda gran parte della sua produttività sull’automotive. Ci sono, però, tante variabili e tante precondizioni da rispettare. La migliore ipotesi sarebbe quella che, di nuovo, vede coinvolte le imprese della siderurgia italiane. Che potrebbero garantire una compagine a capitale misto, pubblico e privato, tale da non far arricciare troppo il nasino agli ideologi del turboliberismo che agitano le bacchette a Bruxelles. Insomma, di carne a cuocere in vista dell’appuntamento di quest’oggi ce n’è tanta. Ieri il dibattito ha raggiunto già la Camera dove si è ragionato sui decreti legge che, tra le altre cose, avevano interessato proprio l’ex Ilva. Ma con i 2.500 licenziamenti pronti a partire, serve una mobilitazione generale. I sindacati l’hanno già annunciata. Anzi, l’hanno già iniziata.


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