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Il giallo della ricina: in quella casa la verità

di Giorgio Brescia -

Gianni Di Vita


Un grammo di polvere dai semi di ricino. Meno di niente. Quanto basta per azzerare una vita e bloccare la sintesi proteica nelle cellule. A Pietracatella, borgo del Molise, è servito a cancellare una madre e sua figlia in una sera di festa. Nove mesi dopo, il giallo della ricina arriva al suo punto di non ritorno.

Il giallo della ricina

Non è più soltanto un enigma di provincia, né una trama complessa tra laboratori tedeschi e server californiani dell’Fbi. L’ultim’ora segna una svolta netta: la verità è oramai serrata dentro le mura domestiche. Ne sembrano convinti i magistrati, lo raccontano le cronache di ieri.

All’alba, scattate le perquisizioni mirate. Gli uomini della Squadra Mobile di Campobasso e dello Sco hanno setacciato i due studi di Gianni Di Vita, ex sindaco e commercialista del paese: il primo in via Risorgimento, proprio di fronte alla casa della strage, il secondo in via D’Amato nel capoluogo.

Gli agenti, a caccia di un elemento preciso, rimasto nell’ombra per mesi: la borsa di Antonella Di Ielsi, morta a 50 anni insieme alla figlia quindicenne Sara. L’oggetto è stato sequestrato. Poi Di Vita è stato scortato in Questura per i verbali. L’uomo non risulta indagato nel fascicolo per duplice omicidio premeditato a carico di ignoti, ma la morsa degli inquirenti si stringe sempre più.

Nel pomeriggio, il colpo di scena

Appena mezz’ora dopo aver lasciato gli uffici di via Tiberio, Di Vita ha varcato di nuovo la soglia della Questura. Un’uscita e un fulmineo rientro spontaneo per consegnare di propria iniziativa un altro dispositivo elettronico. Pochi minuti, un nuovo verbale, poi di nuovo via.

Un gesto enigmatico che accelera il lavoro degli esperti e aggiunge un tassello pesante al rebus digitale.

Tutto comincia a Natale 2025

Antonella e Sara crollano dopo cena per un improvviso malessere. Pare un’intossicazione alimentare, ma l’autopsia rivela l’incubo: veleno biologico da spionaggio.

Da quel momento, l’inchiesta diventa un puzzle. La Procura di Larino dispone il sequestro di 70 alimenti in casa. Poi intervengono gli specialisti del Robert Koch-Institut di Berlino, massima autorità europea sul bioterrorismo.

Gli esperti tedeschi rovesciano l’abitazione: raccolgono 131 reperti, smontano persino i sifoni di scarico alla ricerca del “vettore”, il cibo usato per veicolare la tossina.

In parallelo, l’indagine scava nei circuiti digitali. Da un computer scolastico e da un profilo anonimo legato a un server in California partono ricerche web per procurarsi la ricina. Un’ombra che spinge la Procura a chiedere la collaborazione dell’Fbi.

Intanto, a Campobasso, concluse le analisi forensi sul pc e sulle dieci chiavette Usb sequestrate a Di Vita. Serviranno 60 giorni per capire se quelle tracce nascondano l’acquisto del veleno.

L’attesa della verità

La scienza si intreccia ai veleni umani. Gli inquirenti ascoltano oltre cento testimoni, eseguono confronti di sei ore tra Di Vita e un’amica intima e contestano il favoreggiamento a una conoscente che avrebbe taciuto le intenzioni di divorzio di Antonella. Di Vita, risultato negativo alla tossina, sostiene di essersi sentito male anche lui.

La ricostruzione dei pm, però, punta dritta alla pista passionale e a un delitto maturato tra le mura di casa. Il tempo dei dubbi sta per scadere. Tra le analisi digitali degli Usa, la relazione tedesca sugli alimenti e i verbali firmati ieri in Questura, il giallo di Pietracatella sta perdendo la sua aura di mistero. L’assassino della ricina ha fatto le sue mosse. La giustizia sta per fare la propria.

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