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I fondi per l’Alta Velocità finiti in mazzette

Un'inchiesta rivela pure il caporalato estremo: turni fino a 20 ore al giorno

di Dave Hill Cirio -

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L’oro dell’Alta Velocità: non è la solita cronaca giudiziaria, ma il fermo immagine di un’economia criminale che sa adattarsi a tutto. Stavolta, un’indagine della Procura di Napoli e della Guardia di Finanza applicata sui lavori della linea ferroviaria ad Alta Velocità Napoli–Bari.

Una nuova indagine

L’inchiesta su un’infrastruttura strategica da 5,8 miliardi di euro finanziata anche con i fondi del Pnrr squarcia il velo su un sistema in cui la modernità dei binari corre accanto a dinamiche da feudo medievale.

Tra le province di Napoli, Avellino e Benevento, i cantieri delle grandi opere pubbliche si sono trasformati in un bazar a cielo aperto, ma il folklore c’entra poco. Anche se qui i dettagli dell’inchiesta rasentano il grottesco.

Le mazzette “al panettone”

Il denaro contante per oliare i controlli viaggiava nascosto letteralmente «sotto il panettone» nei box natalizi. Oppure veniva sigillato in plichi con la dicitura beffarda «DURC – regolarità contributiva» per rassicurare chiunque provasse a guardare.

In cambio dell’approvazione rapida degli Stati Avanzamento Lavori e della contabilizzazione di interventi mai eseguiti, i tecnici di cantiere venivano messi stabilmente «a libro paga». Mazzette mensili da 1.500 euro considerate «un altro stipendio», orologi Cartier da 7.900 euro, Porsche Macan per le vacanze, trattori tagliaerba e tour in barca tra Capri e Ischia.

«Questo prende soldi da tutte le parti», annotavano gli stessi imprenditori nelle intercettazioni.

Il caporalato nei cantieri dell’Alta Velocità

Ma l’inchiesta svela un ingranaggio ancora più cupo: la saldatura perfetta tra la mazzetta da colletto bianco e lo sfruttamento umano spietato. Nel cantiere di Grottaminarda esplode il caporalato.

Decine di operai egiziani, arruolati e gestiti da un intermediario, venivano impiegati in condizioni definite disumane: turni fino a 20 ore al giorno, dormitori in baracche o in ruderi di campagna — definiti con cinismo «talebani» da stipare —, niente festivi e retribuzioni decurtate.

Persino la sicurezza era una farsa, con corsi in lingua araba fittiziamente attestati. Un lucroso business parallelo condito dalla compravendita dei permessi di soggiorno a 1.500 euro l’uno. A completare questo spaccato c’è la truffa strutturale e ambientale.

Mentre la liquidità veniva creata con un carosello di fatture false, nei cantieri si gettava calcestruzzo con resistenza inferiori a quelle prescritte e i veleni di scavo con tracce di amianto venivano smaltiti come rifiuti innocui. L’istantanea di un sistema predatorio che devia le risorse pubbliche, compromette la sicurezza delle opere e calpesta la dignità del lavoro.

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