SOCIAL DUNQUE SONO- Dolores Bevilacqua: «I social hanno trasformato la politica in una questione di tifo»
La senatrice del Movimento 5 Stelle riflette sul potere degli algoritmi, sulla comunicazione politica digitale e sul rapporto tra rappresentanti istituzionali e cittadini
di LORENZO CASTELLUCCIO
Qual è il social network che preferisce utilizzare e perché?
«Metto allo stesso livello Facebook e Instagram, un po’ meno TikTok. Trovo più vicini alle mie metriche i primi due, ma sto imparando ad adattarmi a quelle del social più usato dai giovani perché è una finestra sul loro modo di stare nel mondo».
Che tipo di contenuti guarda più spesso sui social?
«Ultimamente guardo il flusso che mi viene proposto dall’algoritmo perché vorrei capire in quale bolla sono stata relegata e come il soffermarmi su contenuti lontani dalla mia sensibilità influenzi l’esperienza che mi viene proposta».
Quante ore al giorno guarda i social?
«Devo essere fortunata perché posso parlare di minuti, non di ore. Dico fortunata perché intorno a me vedo tantissime persone che invece trasferiscono la propria vita sui social e, soprattutto per i più giovani, mi inquieta molto vederli seduti intorno ad un tavolo che comunicano tra loro non parlandosi e guardandosi negli occhi bensì scambiandosi messaggi via social».
La prima cosa che fa al mattino quando prende lo smartphone è controllare le chiamate, i messaggi su WhatsApp o guardare i social?
«La prima cosa è la rassegna stampa che in realtà mi arriva via messaggio, quindi inizio dai messaggi».
Riuscirebbe a stare un’intera giornata senza vedere social? Lo ha mai fatto?
«Lo faccio spesso quando mi trovo all’estero, agevolata dal fatto che mi concentro sul vivere e scoprire il posto in cui mi trovo».
È favorevole o contraria ai filtri per foto e video sui social? Lei li usa per le sue immagini?
«La moda dei filtri l’ho sperimentata più per gioco quando furono disponibili come funzioni proprio al loro esordio. Da tempo ormai, soprattutto da quando rivesto un ruolo pubblico nelle istituzioni, li ho banditi dalle mie foto e video perché mi danno la sensazione di essere un camuffamento e una distrazione rispetto al messaggio quanto più diretto che voglio comunicare».
Quando arrivano critiche o commenti negativi online, come reagisce di solito?
«Penso subito a quanta superficialità e a quanta violenza gratuita – perché alcuni messaggi sono proprio violenti nella forma prima ancora che nel contenuto – trova spazio nel senso di impunità che regna sui social. Poi penso a chi non è attrezzato per reggere un confronto di questo tipo. Di conseguenza mi interrogo sul modo in cui poter contribuire a rendere anche i social un mondo in cui le regole basilari di rispetto ed educazione possano incidere significativamente sulle relazioni virtuali».
Un account che tutti dovrebbero seguire?
«Non credo che ancora esista. Non penso ci sia un account capace di parlare a tutti.
Se devo rispondere con quello che per me sarebbe da seguire non posso non pensare al prof. Barbero, capace di far viver la storia nell’attualità».
Un account che lei non seguirà mai?
«Qualunque account che diffonda messaggi anacronistici rispetto ai diritti faticosamente guadagnati in anni di progresso culturale».
Se i social sparissero domani mattina, che cosa le mancherebbe davvero?
«Perdere la possibilità di uno sguardo veloce alle giornate di amici e parenti lontani che i social mi fanno sentire più vicini anche se virtualmente».
Un tempo la politica passava soprattutto attraverso giornali e televisioni. Oggi i social permettono ai politici di parlare direttamente ai cittadini. Questo ha reso la politica più vicina alle persone o ha ridotto gli spazi di confronto critico?
«I social per il loro funzionamento, per gli algoritmi, per la velocità del messaggio che troppo spesso diventa superficiale rispetto al tema, hanno contribuito a far diventare la politica più una questione di tifo che un esercizio di coscienza critica. Non parliamo poi del confronto…».
Gli algoritmi dei social decidono sempre più spesso quali contenuti ottengono visibilità. C’è il rischio che una parte del dibattito democratico venga condizionata dalle scelte di grandi piattaforme private?
«Non è un rischio, è un’evidenza molto preoccupante».
I social sono diventati uno degli strumenti principali della comunicazione politica. Quanto stanno cambiando il modo di fare politica e di costruire consenso?
«Hanno avuto, secondo me, un ruolo non da poco nella crescente disaffezione dalla politica. Se vedo nello stesso flusso la foto di un gattino, una notizia di gossip e un messaggio politico mi sembra inevitabile che la politica stessa perda la sua “sacralità”».
I social vengono spesso utilizzati per fare propaganda. Come possono trasformarsi in uno strumento di ascolto e dialogo reale con i cittadini?
«I social sono spesso visti come il punto di arrivo della comunicazione, bisognerebbe vederli invece come un punto di partenza per sollecitare una riflessione che poi, però, dovrebbe trovare altri canali per un più compiuto sviluppo di ascolto e dialogo».
Qual è l’emoji che utilizza di più?
«L’emoji che esprime l’emozione del messaggio che scrivo».
Che idea si è fatta dei cosiddetti “leoni da tastiera”? Sono un fenomeno pericoloso o più spesso uno sfogo anonimo?
«Sono il frutto del senso d’impunità che pervade i social».
Il politico più bravo sui social?
«Sicuramente non io».
Chi vincerebbe le elezioni senza social?
«Chi non ha perso la capacità di stare a contatto con le persone, ma non solo per forma, con convinzione».
Quando un follower può diventare un elettore?
«Quando capisce che non parli di lui, ma che parli con lui».
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