Figli di una società che ha smarrito il rispetto
Dalla piazza alla guerriglia urbana, il volto di una nuova adolescenza interroga famiglie, istituzioni e coscienza collettiva. L’immigrazione può essere una parte della questione, ma non può diventare l’unica spiegazione.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nelle immagini che arrivano dalle piazze italiane: ragazzi giovanissimi, talvolta poco più che bambini, che si muovono in gruppo, lanciano oggetti contro le forze dell’ordine, devastano negozi, incendiano cassonetti e trasformano una manifestazione in uno scenario di guerriglia urbana.
A Milano, negli scontri del 17 e 18 ottobre, le proteste sono sfociate in saccheggi, incendi e aggressioni. La questione non riguarda soltanto l’ordine pubblico. Riguarda il modo in cui alcuni giovani vivono l’adolescenza, il rapporto con l’autorità e il rispetto dovuto a chi ogni giorno è chiamato a garantire la sicurezza di tutti. Che cosa è successo a una generazione che sembra avere sempre meno paura delle conseguenze delle proprie azioni e sempre meno rispetto per chi indossa una divisa?
Chi è cresciuto qualche decennio fa ricorda un’adolescenza non priva di conflitti, ribellioni e trasgressioni. I giovani hanno sempre contestato gli adulti e cercato autonomia. Sarebbe quindi sbagliato idealizzare il passato, come se le generazioni precedenti fossero immuni dalla violenza.
Eppure, qualcosa sembra essersi trasformato. In alcuni contesti, la trasgressione diventa esibizione della forza, ricerca di notorietà e disprezzo per ogni limite. La piazza si trasforma in un palcoscenico, il gruppo in uno scudo, l’aggressione in una prova di appartenenza.
La violenza rischia così di diventare un contenuto da filmare e condividere. Il danno provocato agli altri passa in secondo piano rispetto alla visibilità conquistata. E tra gli obiettivi più esposti finiscono proprio gli agenti, considerati non come persone, ma come il simbolo di un’autorità da umiliare e colpire.
In alcune realtà urbane, gruppi giovanili composti anche da ragazzi di seconda generazione sono coinvolti in episodi di aggressività, intimidazione e criminalità. Il fenomeno dei cosiddetti maranza descrive alcune espressioni di questa subcultura. Negare i problemi di integrazione, i modelli identitari conflittuali o le difficoltà nel rapporto con le istituzioni sarebbe poco utile.
Ma altrettanto sbagliato è attribuire la violenza a un’intera categoria di giovani sulla base delle origini familiari. La seconda generazione non è un blocco uniforme: comprende ragazzi che studiano, lavorano, rispettano le leggi e si sentono parte della società italiana. La provenienza geografica, da sola, non spiega un comportamento criminale.
Ma c’è un’altra questione su cui dobbiamo interrogarci ed è perché alcuni giovani, italiani e stranieri, trovino nell’aggressività e nella sfida alle istituzioni un modello di affermazione personale. Ma la domanda che risuona sempre più insistente è: dove sono gli adulti? Il rispetto si apprende attraverso esempi quotidiani, limiti chiari e conseguenze coerenti. Se ogni divieto viene percepito come un sopruso, ogni richiamo come un’offesa e ogni autorità come un nemico, il problema riguarda il sistema di valori nel quale un ragazzo è cresciuto.
La scuola può offrire conoscenze e occasioni di crescita, ma non può sostituire la famiglia. Le istituzioni possono predisporre servizi e percorsi di recupero, ma non possono costruire da sole quella maturità che dovrebbe formarsi fin dall’infanzia. A tutto questo si aggiungono i social network, la pressione del gruppo e modelli che associano il rispetto alla paura e il successo alla prevaricazione.
Il diritto di manifestare è una libertà fondamentale. Il dissenso, anche radicale, è parte della democrazia. Ma nessuna rivendicazione autorizza ad aggredire, saccheggiare, incendiare o distruggere.
E soprattutto, nessuna protesta può trasformare le forze dell’ordine nel bersaglio da colpire. Un agente non è un ostacolo da abbattere, né un nemico contro cui sfogare rabbia e frustrazione. È una persona che svolge un servizio pubblico e che, spesso, si trova a fronteggiare situazioni di pericolo per proteggere cittadini, manifestanti, beni pubblici e privati.
Il controllo dell’operato delle forze dell’ordine è legittimo e necessario: eventuali abusi devono essere accertati e sanzionati. Questo principio, però, non può trasformarsi nell’automatismo per cui chi indossa una divisa viene considerato colpevole e chi la aggredisce viene raccontato come vittima del sistema.
Non è accettabile che un agente ferito venga ridotto a un dettaglio della cronaca, mentre l’aggressore viene presentato come il prodotto inevitabile del disagio sociale. Comprendere le cause di un comportamento non significa cancellarne la responsabilità. E raccontare una protesta non significa giustificare chi usa la violenza contro chi è chiamato a mantenere l’ordine. I fatti devono essere valutati senza pregiudizi. Il rispetto delle garanzie individuali deve convivere con il riconoscimento della funzione di chi garantisce la sicurezza pubblica.
Il senso del rispetto
Difendere le forze dell’ordine non significa attribuire loro un’immunità. Significa pretendere che operino nel rispetto della legge e, nello stesso tempo, pretendere da tutti rispetto per la loro funzione, per la loro persona e per il ruolo che svolgono. Comprendere non significa giustificare. Di fronte a un adolescente che delinque, la risposta non può essere soltanto repressiva. Servono prevenzione, educazione, inclusione, occasioni concrete di crescita e percorsi di recupero. Ma anche la certezza che le azioni abbiano conseguenze.
La minore età impone garanzie e percorsi adeguati alla possibilità di recupero. Non cancella la gravità di un’aggressione né il diritto delle vittime alla giustizia. Se un ragazzo distrugge un negozio, ferisce un agente o mette a rischio la vita di un passante, la sua età deve orientare la risposta della giustizia, non cancellare l’illecito commesso.
E se aggredisce un appartenente alle forze dell’ordine, non sta semplicemente “contestando il sistema”: sta colpendo una persona e mettendo in discussione l’autorità dello Stato. La libertà personale finisce dove comincia la violazione dei diritti altrui. Il punto non è scegliere tra comprensione e fermezza. Entrambe sono necessarie, purché nessuna diventi un alibi per l’inerzia.
La domanda più importante non è se i ragazzi di oggi siano peggiori di quelli di ieri, ma quale società stiamo consegnando loro e quali strumenti offriamo per affrontarla.
Una società che confonde la tolleranza con l’assenza di conseguenze rischia di lasciare i più giovani senza riferimenti. Ma anche una risposta soltanto repressiva, priva di attenzione alle cause del disagio, arriva quando il problema è già esploso.
Il patto educativo
Occorre ricostruire un patto educativo tra famiglia, scuola, istituzioni e comunità. Occorre accogliere chi vuole partecipare alla vita del Paese, contrastare chi sceglie la violenza e non confondere mai le due cose. Occorre restituire autorevolezza alle norme e alle istituzioni, comprese quelle che rappresentano lo Stato nelle strade e nelle piazze, senza rinunciare alle garanzie dello Stato di diritto.
Un adolescente può sbagliare, essere aiutato e recuperato. Ma per farlo bisogna riconoscere che non tutte le scelte sono equivalenti e che aggredire un agente non è una bravata, una provocazione o una semplice espressione di rabbia: è un atto grave, che colpisce la persona e l’istituzione che rappresenta.
La vera emergenza non è soltanto vedere ragazzi giovanissimi nelle piazze trasformate in campi di battaglia.
È capire perché alcuni arrivino a considerare la violenza una forma di libertà, la prevaricazione una prova di forza e il disprezzo dei limiti un segno di appartenenza. Una società che rinuncia a educare finisce per dover reprimere. E una società che giustifica sempre rischia di non distinguere più il dissenso dal disprezzo per chi difende la legge.
PER TUTTE LE NEWS DI CRONACA
Torna alle notizie in home