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Per l’indipendenza basta un bancomat: l’etica della toga ha bisogno del ritocco Istat

Esplode il caso Tango

di Anna Tortora -


Niente regali, niente sconti e soprattutto niente illusioni. Nella partita aperta sul miliardo di euro destinato agli adeguamenti stipendiali delle toghe, si consuma l’ennesimo capitolo di un corto circuito che è insieme tecnico, etico e squisitamente politico. Un groviglio in cui il palazzo della politica e i corridoi dei tribunali tornano a misurarsi su un terreno scivoloso: quello dei soldi, dell’indipendenza e dell’etica del servizio pubblico.

Per comprendere la portata dello scontro, tuttavia, occorre prima fare pulizia da ogni equivoco contabile. Quel miliardo di euro non è una mossa d’astuzia politica, né un’elargizione generosa decisa da Giorgia Meloni o dal suo esecutivo per compiacere la magistratura. Si tratta, al contrario, di una spesa obbligata, figlia degli arretrati del passato e blindata dalle decisioni della giustizia amministrativa.

Politicamente la premier può anche contestare la cifra, mostrare insofferenza e persino rifiutarsi di firmare il decreto, ma nel perimetro dello Stato di diritto un governo non può disapplicare a piacimento le sentenze passate in giudicato.
Ed è qui che le partite diventano due e guai a sovrapporle. Se il passato impone di saldare i conti già maturati, il presente vede il governo tentare di cambiare le regole del gioco per il futuro, intervenendo dal 2027 sui meccanismi di calcolo per contenere gli aumenti a venire.

Una mossa strategica che però non risolve magicamente l’incaglio del miliardo già maturo: il passato resta un vincolo giuridico, il futuro un tentativo di riforma finanziaria.

Ma al di là della fredda alchimia dei numeri e delle contabili di bilancio, la questione assume contorni ben più taglienti sul piano etico e simbolico. A scoperchiare il vaso di Pandora sono state le parole di Giuseppe Tango, segretario generale dell’Anm, che a La Stampa ha definito lo stipendio dei magistrati e i suoi meccanismi di automatismo «il cuore dell’indipendenza della magistratura», indispensabili per «essere in grado di respingere le pressioni esterne».

Dichiarazioni che hanno provocato la reazione durissima di Luigi Bobbio, magistrato ed ex senatore della Repubblica, che non ha esitato a mettere a nudo quella che ritiene l’ennesima manifestazione di una corporazione fuori misura: «Parole del giudice Tango! Probabilmente non si rende nemmeno conto della enormità delle sue affermazioni che sono il segno della arrogante sicumera di una categoria intera. Tango, invero, da un lato, non si limita a difendere il livello stipendiale della magistratura, che, peraltro, è al top dell’impiego pubblico, ma pretende che nessuno tocchi la “scala mobile ” giudiziaria ossia il suo meccanismo di aumento automatico al di fuori di ogni forma di contrattazione collettiva.

Della serie: non solo abbiamo gli stipendi più alti d’Italia ma pretendiamo che crescano senza sosta a condizioni di lavoro invariate. Per altro verso, Tango, per sostenere e argomentare questa linea, fa l’affermazione più moralmente discutibile che si possa immaginare.

Afferma, e forse non se ne rende nemmeno conto, implicitamente ma inequivocabilmente che la tenuta etica e morale della magistratura non è un dato strutturale e connaturato della funzione pubblica, e di quella giudiziaria in particolare, per il solo fatto di essere al servizio dello Stato, ma ha un prezzo, pure molto alto e da alimentare continuamente!

Una affermazione che, già per il fatto di provenire dal vertice di una categoria che fa di una pretesa superiorità morale ed etica il suo marchio di fabbrica e il motivo della propria pretesa di egemonia sui veri poteri dello Stato, lascia basiti. Evidentemente, Tango e la corporazione che rappresenta hanno perso il senso dello Stato e di se stessi.

O, come credo, non li hanno mai avuti, ossessionati e ubriacati dal senso malato del potere assoluto che, dopo il referendum, non ha più limiti. Tutto ciò succede, peraltro, quando si pensa di saper fare politica essendo, invece, degli analfabeti politici, incapaci di capire che in politica il non detto conta quanto e più del detto e che ogni parola, ogni frase viene letta anche e soprattutto in controluce. Per la Giustizia è davvero l’ultimo Tango».

Il punto di caduta del ragionamento stringe d’assedio proprio la narrazione dell’Anm: l’imparzialità e la tenuta morale del giudice non possono essere merce di scambio o avere un prezzo da aggiornare all’indice Istat.

Un conto è la gestione tecnica degli automatismi retributivi e dei contenziosi pendenti; un altro è trasformare il portafoglio delle toghe nel termometro della loro fedeltà ai valori costituzionali. In questo cortocircuito tra sentenze da rispettare, bilanci da far quadrare e dichiarazioni imprudenti, l’impressione è che il confine tra tutela della funzione e privilegio corporativo sia diventato quanto mai sottile.

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