USA-Iran: l’accordo di Ginevra per gli 80 anni di Trump, i raid in Libano e il declino dell’Occidente
Trump spinge per l'accordo a Ginevra nel giorno del suo 80° compleanno, ma i raid in Libano frenano l'Iran. L'analisi geopolitica sul declino dell'Occidente
Nel giorno del suo ottantesimo compleanno, Donald Trump spinge per siglare a Ginevra uno storico accordo con l’Iran: Teheran rinuncia all’atomica in cambio dello sblocco di 25 miliardi di dollari e della riapertura dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’intesa è gravemente minacciata dai nuovi raid israeliani in Libano, che hanno spinto l’Iran a promettere vendetta. Sotto i trionfalismi della diplomazia transazionale, l’analisi dell’ex ambasciatore Vecchioni svela però una realtà diversa: il vero sconfitto è un Occidente in declino, mentre a vincere sono gli outsider globali.
I vicolo cieco della diplomazia e il trionfo degli outsider
Domenica 14. La data sul tavolo, lanciata con la consueta sicurezza transazionale da Donald Trump per la firma dell’accordo di pace con l’Iran a Ginevra, alla presenza di JD Vance e Mohammad Bagher Ghalibaf. Eppure Teheran frena, svelando la fragilità di un crinale diplomatico che arriva dopo settimane di altissima tensione militare, bombardamenti e mobilitazioni. I dettagli emersi nelle ultime ore spiegano i motivi di questa frenata: la bozza dell’accordo rivelata da Reuters mostra come l’Iran sia riuscito a imporre condizioni pesantissime. Se da un lato Teheran accetta di non produrre armi nucleari, dall’altro ottiene che l’uranio altamente arricchito venga diluito direttamente sul proprio territorio, incassando inoltre lo sblocco immediato di 25 miliardi di dollari di asset congelati e la sospensione delle sanzioni sul petrolio in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz.
A spogliare il campo dalle propagande ci pensa Domenico Vecchiomi, storico ed ex ambasciatore, con un’analisi lucida e disincantata che scava sotto i trionfalismi di facciata. Se Washington rivendicherà il freno al nucleare, Teheran la propria resistenza e Israele i danni inflitti al nemico, la realtà geopolitica racconta un’altra storia. Per Vecchiomi, il vero sconfitto è l’Occidente nel suo insieme. Gli Stati Uniti escono dal conflitto con un risultato modesto: il regime degli ayatollah è saldamente al potere e il tanto auspicato regime change è oggi più lontano che mai. Al contrario, l’offensiva ha ricompattato il fronte interno iraniano, esaltando il nazionalismo persiano e relegando in secondo piano le repressioni contro l’opposizione.
Anche gli alleati arabi sunniti della regione escono indeboliti e diffidenti, percependo una Washington sempre meno disposta a pagare il prezzo politico e militare della leadership regionale, un’ombra che congela di fatto la vitalità degli Accordi di Abramo. Israele si ritrova così a combattere quasi da solo contro un asse della resistenza (Hamas, Hezbollah, Houthi) rimasto pienamente operativo, mentre l’Europa conferma la sua totale irrilevanza strategica, testardamente concentrata sul fronte ucraino e incapace di esercitare un’influenza autonoma in Medio Oriente, area pure vitale per la sua stessa sicurezza energetica.
In questo scenario di arretramento transatlantico, i veri vincitori sono gli outsider. In primo luogo la Cina, che ottiene le massimo risultato senza combattere né spendere risorse, consolidando la sua posizione economica e tecnologica mentre Washington disperde energie su due fronti, migliorando persino la propria postura sulla questione di Taiwan. Il secondo vincitore è la stessa Repubblica Islamica dell’Iran: per un regime sottoposto da decenni a sanzioni e isolamento, la pura sopravvivenza politica ed esistenziale a questa guerra equivale a un trionfo. Teheran acquisisce inoltre la piena consapevolezza del proprio potere geostrategico, trasformando lo Stretto di Hormuz da semplice avamposto geografico a una potentissima arma di pressione politica ed economica globale.
Un accordo commerciale per un Occidente in declino?
In ultima analisi, l’accordo di Ginevra rischia di non essere l’inizio di una pace duratura, ma il verbale di un nuovo equilibrio globale drammaticamente sfavorevole alle democrazie occidentali. Più che un fallimento strategico, l’evento “Domenica 14” assume i contorni di una svolta pragmatica dettata dal realismo economico, in cui la diplomazia transazionale congela la minaccia nucleare immediata per stabilizzare i mercati globali. Il vero prezzo di questo compromesso ricade però interamente su un’Europa esitante e ancorata a schemi del passato, la cui totale assenza diplomatica ne conferma l’isolamento. Una ritirata strategica che nessuna propaganda ufficiale riuscirà a nascondere, e che ci costringe a chiederci se non sia giunto il momento di rassegnarsi all’inarrestabile declino del Vecchio Continente.
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