Altro che tassa sugli extraprofitti. Ecco cosa ci vuole
Va bene che siamo in campagna elettorale anticipata, va bene pure che l’opposizione fa il suo lavoro, ma almeno lo facesse bene: tassare i presunti extraprofitti delle compagnie petrolifere per abbassare il prezzo della benzina non ha alcun senso.
È il classico slogan elettorale, appunto, di certo non una soluzione economica. Perché l’extraprofitto non è una voce di bilancio: è una grandezza che semmai si definisce a posteriori, scegliendo un profitto “normale” con criteri convenzionali.
E soprattutto, tassare un utile non significa automaticamente ridurre il prezzo alla pompa. Il punto non è quanto guadagna una compagnia, ma come si forma il prezzo alla pompa che paga il cittadino. Occorre seguire la filiera, dal barile alla raffinazione, dal trasporto alla distribuzione, verificando dove i rincari vengono trasferiti rapidamente e dove invece i ribassi si fermano.
Se esistono anomalie o comportamenti anticoncorrenziali, è lì che bisogna intervenire. Altra questione, seppure a un certo punto l’eventuale extraprofitto venisse accertato, il consumatore avrebbe già pagato per mesi i rincari. La soluzione dunque è il controllo del mercato, non una tassa pure complicata da applicare. Ma attenzione, se i prezzi salgono e aumenta l’Iva, quel maggior gettito per lo Stato andrebbe restituito al cittadino, riducendo proprio le accise. Non una tassa per chi guadagna vendendo benzina, ma uno sgravio fiscale per chi la compra.
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