Nel 35° anniversario dell’indipendenza ucraina, la riunione della Coalizione dei volenterosi, in parte a Kiev, in parte in videocollegamento, ha offerto un quadro nitido e inquietante. L’Occidente continua a proclamare sostegno “incrollabile” a Kiev, ma non dispone di una strategia politica per uscire dal conflitto. Francia e Gran Bretagna, in particolare, sembrano impegnate a trasferire la guerra sul suolo europeo, con scelte che aumentano il rischio di un’escalation diretta con Mosca.
La posizione dei volenterosi al termine del vertice
Presieduto dal premier britannico Andy Burnham, affiancato da Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, il vertice ha ribadito la condanna degli attacchi russi e la volontà di “rafforzare la difesa aerea ucraina”, “intensificare la cooperazione industriale” e “condividere tecnologie sensibili”, anche attraverso la Coalizione antimissile balistica. Una linea che conferma l’assenza di qualsiasi iniziativa diplomatica autonoma. Solo armi, sanzioni, pressione militare.
La dichiarazione finale diffusa da Downing Street insiste sul “chiaro e inalienabile diritto dell’Ucraina a difendersi”, promette nuove misure contro il complesso militare-industriale russo e accoglie con favore l’azione del Senato americano per prosciugare le risorse finanziarie del Paese di Vladimir Putin. Si parla di “pace giusta e duratura”, ma solo come esito di una resa russa. Nessuna apertura a un percorso negoziale realistico.
La linea del governo italiano
In questo quadro, l’Italia continua a scivolare verso un pericoloso appiattimento sulle posizioni dei sostenitori “ciechi”. La premier Giorgia Meloni, collegata da remoto, ha rinnovato “il fermo sostegno alla sovranità ucraina”, espresso “vicinanza per le sofferenze causate dagli attacchi russi” e confermato l’invio di nuovi generatori per l’inverno. Una postura che non contempla alcuna iniziativa negoziale autonoma, né una riflessione sugli interessi strategici italiani.
Ancora più esplicito il capo della Farnesina Antonio Tajani, che nel colloquio con il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha garantito “la massima pressione su Mosca”, rilanciato il ruolo dell’Italia nel Mar Nero e ricordato i 3,2 miliardi già destinati alla ricostruzione. Una linea che trascina Roma nel fronte dei falchi, senza alcuna valutazione dei rischi geopolitici e delle ricadute interne.
Durante la cerimonia a Kiev, il presidente Volodymyr Zelensky ha assicurato che “gli ucraini non saranno pietre sotto i piedi di zar e governanti” e che “non rinunceranno al loro sogno di vivere in modo indipendente”.
Scintille tra Mosca e Londra
Il Cremlino, attraverso Dmitry Peskov, ha accusato Londra di “partecipare alla guerra al fianco del regime di Kiev”, definendo “estremamente negativi” i piani britannici di trasferire dati per la produzione di missili Storm Shadow. Segnali di una tensione che cresce mentre l’Europa continua a ignorare la necessità di un canale politico.
Altri soldi a Zelensky da Bruxelles
A segnare la giornata è arrivato anche l’annuncio della Commissione europea, con 6,1 miliardi di euro per nuovi appalti nel settore della difesa, parte del maxi-prestito da 90 miliardi concordato a dicembre. Un fiume di denaro che continua a scorrere verso un Paese attraversato da scandali di corruzione, lotte di potere e una vera e propria guerra tra bande, come ha evidenziato anche The Economist.
Le accuse dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, che chiede nuove elezioni e denuncia una leadership “incapace di gestire il Paese”, certificano la fragilità del sistema ucraino e rendono ancora più problematico il sostegno incondizionato dell’Ue.
La diplomazia e la Santa Sede
In questo deserto diplomatico, l’unica iniziativa seria arriva dal Vaticano. Il cardinale Matteo Zuppi, pronto a tornare a Mosca entro settembre, e l’arcivescovo Paul Gallagher, già impegnato nella missione, stanno costruendo un canale di dialogo credibile. Una diplomazia silenziosa, coerente, che non cerca visibilità ma risultati. È la sola che oggi abbia prodotto aperture concrete.
L’Italia ha una tradizione diplomatica che non coincide con l’oltranzismo. Per Roma sarebbe più coerente e dignitoso seguire la strada indicata dal Papa, quella del dialogo e della mediazione, invece di inseguire una strategia che non esiste e che rischia di trascinare l’Europa in una spirale pericolosa.