Protagonisti della nostra vita. Sempre
Oggi ci troviamo a vivere un curioso paradosso: abbiamo trasformato la vacanza, che dovrebbe essere una parentesi, nell’unico capitolo dell’anno in cui ci concediamo di essere felici. Per undici mesi viviamo come se fossimo in sala d’attesa e, appena arriva agosto, finalmente cominciamo a respirare. Il problema è che, prima o poi, l’aereo delle ferie ci riporta a casa. E noi restiamo con la valigia disfatta e una malinconia che spesso definiamo, con elegante pudore, “depressione da rientro”. Il fenomeno riguarda soprattutto le famiglie. Durante l’anno la casa è un centro logistico: sveglie, scuola, lavoro, spesa, palestra, traffico, compiti, riunioni, notifiche. Ci si incontra più che altro per scambiarsi informazioni operative: “Hai preso il pane?”, “Chi va a prendere il piccolo?”, “Domani a che ora hai la visita?”. Poi arrivano le vacanze e, improvvisamente, la stessa famiglia scopre di essere composta da persone che si vogliono bene.
Si mangia insieme, si passeggia, si parla, addirittura. Ci si guarda persino in faccia. Il guaio è che, tornando a casa, quella scoperta sembra dissolversi. Come se la felicità fosse un servizio stagionale, disponibile da inizio luglio a fine agosto. Il problema nasce quando la vacanza diventa l’unico luogo mentale in cui ci sentiamo autorizzati a stare bene. In quel caso non è il ritorno al lavoro a farci soffrire: è il confronto impietoso fra la vita che conduciamo e quella che, per due settimane, abbiamo finalmente assaggiato. Non a caso, la sociologia della felicità ci racconta che il benessere non coincide necessariamente con gli eventi eccezionali. Si costruisce anche attraverso tempo condiviso, senso di appartenenza e piccoli piaceri quotidiani.
Non servono ogni tot settimane un tramonto con vista su una capitale europea o un ristorante in riva al mare. A volte basta una cena senza telefoni, una passeggiata serale, un caffè bevuto con calma, una telefonata a un amico, un pomeriggio senza pubblicare storie su Instagram. Forse dovremmo smettere di considerare la vita quotidiana come il prezzo da pagare per arrivare alle ferie. Perché, se aspettiamo agosto per sentirci vivi, rischiamo di passare undici mesi a sentirci vittime della nostra vita, invece che i protagonisti. La vera vacanza, allora, non sarebbe fuggire dalla nostra vita, ma imparare a renderla un posto da cui non dobbiamo scappare.
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