Anche dopo vent’anni La traviata di Carsen mantiene intatto il suo impatto
La traviata resta uno dei titoli più presenti nei cartelloni internazionali, ma alla Fenice il capolavoro di Giuseppe Verdi assume un significato particolare. Qui debuttò il 6 marzo 1853 e qui, nel novembre 2004, inaugurò la prima stagione del teatro ricostruito: un ritorno simbolico alle origini, nel segno della continuità tra storia e presente.
L’opera torna ora nello storico allestimento di Robert Carsen, ripreso da Christophe Gayral. Una produzione che, nel tempo, ha superato la dimensione dell’evento per imporsi come modello interpretativo. Non tanto per le reazioni contrastanti del debutto, quanto per la solidità di una lettura che continua a rivelare nuove sfumature. Carsen non illustra Verdi: ne scandaglia la drammaturgia, restituendo un’opera viva, tesa, necessaria.
La cifra registica si fonda su un’essenzialità visiva rigorosa. Con scene e costumi di Patrick Kinmonth, lo spazio si presenta sobrio, rarefatto, lontano da ogni naturalismo decorativo. Non una sottrazione impoverente, ma una scelta precisa: eliminare il superfluo per concentrare l’attenzione sul nucleo emotivo e sociale del dramma. La scena diventa così luogo mentale, superficie su cui si proiettano tensioni e conflitti.
In questo contesto emerge una Violetta di straordinaria complessità: non solo eroina romantica, ma donna consapevole del proprio ruolo in una società governata da convenzioni e denaro. Lo sguardo collettivo diventa elemento decisivo. Osservare equivale a giudicare, e giudicare significa condannare. Le scene di festa si trasformano in rituali sociali rigidamente codificati, dove coro e comprimari si muovono con calibrata precisione. Più volte i personaggi si dispongono frontalmente verso la platea, creando un sottile cortocircuito: il pubblico, specchiato nella collettività in scena, è chiamato in causa.
Il denaro, onnipresente, diventa simbolo tangibile di un universo che misura tutto in termini di possesso e prestigio. Banconote invadono lo spazio scenico, passano di mano con avidità, accompagnano persino gli ultimi istanti della protagonista. Un’immagine forte, coerente con la visione di Carsen. Nel secondo atto, la casa di campagna evita ogni tentazione idilliaca. L’amore tra Violetta e Alfredo appare fragile, sospeso, destinato a infrangersi contro il ritorno dell’ordine borghese. L’ingresso di Germont padre segna la riaffermazione di quel sistema di valori che l’opera mette in discussione. Carsen lo tratteggia senza caricature: non figura autoritaria stereotipata, ma uomo perfettamente integrato nel mondo che difende. Ed è proprio questa normalità a renderlo inquietante.
Di grande efficacia la festa di Flora, dove la mondanità rivela il proprio volto più spietato. Le coreografie di Philippe Giraudeau accentuano il carattere rituale e provocatorio della scena. Il gioco e la violenza simbolica culminano nell’umiliazione di Violetta, componendo un quadro di feroce coerenza. Nessun gesto appare casuale, ogni reazione contribuisce a delineare un meccanismo sociale che prima accoglie e poi espelle. Alfredo stesso non viene assolto, ma mostrato nella sua corresponsabilità emotiva. Il quarto atto rappresenta il vertice poetico dello spettacolo. Lo spazio si svuota ulteriormente, accentuando il senso di abbandono. Carsen evita ogni sentimentalismo: la morte non redime, ma si configura come inevitabile esito del conflitto tra individuo e convenzione. Il rapporto tra scena e musica costituisce uno dei punti di forza della produzione. La regia sembra nascere dall’ascolto della partitura: tempi teatrali e musicali respirano insieme, pause e crescendo trovano un corrispettivo visivo. Ne scaturisce una coerenza rara.
Partner ideale di questo impianto è la direzione di Stefano Ranzani, che affronta Verdi con gesto energico e saldo controllo dei tempi. L’Orchestra della Fenice risponde con compattezza e colori ben calibrati, sostenendo il palcoscenico senza mai sovrastarlo. Nel ruolo di Violetta, Rosa Feola offre un’interpretazione raffinata, sorretta da tecnica sicura, legato elegante e fraseggio curato. Accanto a lei, Stefan Pop disegna un Alfredo di timbro luminoso e musicalità attenta. Di grande statura il Germont padre di Roberto Frontali, che unisce autorevolezza vocale e finezza espressiva. Ben delineati i ruoli secondari, con un coro preciso e compatto.
Questa Traviata si impone come lettura lucida e profondamente contemporanea: teatro che non cerca l’effetto, ma la verità del dramma verdiano. Un ritorno che conferma la vitalità di uno spettacolo ormai entrato nella storia della Fenice.
Renato Verga ilTorinese.it
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