Armi, dati e sicurezza: il lato oscuro dell’Ai
Lo scontro tra Athropic e il Pentagono sullo sfondo della (nuova) corsa allo Spazio. Il Report Thales sui dubbi delle imprese
Il lato oscuro dell’Ai. Che poi c’entra, eccome, con la Luna e con le mire espansionistico-strategiche che interessano il cosmo. E c’entra coi dati. Non è una questione che, al solito nel Paese di Savonarola, è da dipingere coi neri colori del peccato e dell’Apocalisse imminente. Semmai, è una questione di strategia. Perché è vero che viviamo tempi interessanti, come da maledizione cinese. E pure la Cina, va da sé, c’entra in pieno.
Il lato oscuro dell’Ai fa litigare Anthropic e Pentagono
In queste ore tiene banco, in America, una questione che tutto è fuorché secondaria. C’è lo scontro, totale, tra il Pentagono e Anthropic. La Difesa americana, che ha deciso di mettere l’elmetto all’Ai made in Usa, vuole, anzi pretende, che chi sovrintende all’intelligenza artificiale di Claude tolga, una volta e per sempre, le limitazioni militari. Dario Amodei, il Ceo di origini italiane, si oppone fermamente. Ha pur sempre un’immagine da difendere. Quella, in un mondo di apprendisti stregoni che non guardano in faccia a niente e nessuno (buonasera, signor Altman), di “umanizzatore” della nuova tecnologia da cui ci si attendono sfracelli. Anthropic, contestualmente, è stata però tra le primissime aziende a sottoscrivere accordi contrattuali col Pentagono. Allo stato attuale, la Difesa Usa ha messo sul tavolo tanti, tantissimi soldi per gli accordi, oltre che con l’azienda di Amodei, anche con OpenAi, Google e xAi che presto potrebbe portare Grok in grigioverde. Intese plurimilionarie, finora ogni società ha stretto accordi per circa 200 milioni di euro. Soldi che potrebbero solo “aumentare” e non diminuire. Anthropic, perciò, non va allo scontro totale. E, anzi, tiene a smorzare i toni. Anche perché, nel frattempo, il segretario americano alla Difesa, Pete Hegseth, non è che si sia mostrato troppo propenso ad assecondare le esigenze dei privati. E ha messo l’azienda davanti a una scelta: rimuovere, fin da subito, le limitazioni agli usi militari oppure finire dritti nella black list del Pentagono. E perdere, così, oltre agli incassi diretti pure tutta la caterva di contatti, appalti, ricerche e progetti del gigantesco (e ricchissimo) indotto militare statunitense.
La Luna ci guarda
Epperò c’è un tema, esiziale, che non è più eludibile. E che nessuno dei nababbi della Silicon Valley (da ottima tradizione Wasp, sempre così puritani con gli altri quanto indulgenti con se stessi) ha voluto affrontare. A nessuno piace fare i conti con il lato oscuro dell’Ai. Con l’intelligenza artificiale generativa e gli sviluppi della tecnologia non ci vuole molto, oltre che a sviluppare armi in grado di far tutto da sé (a cominciare dal decidere se, quando e cosa sparare), a impiantare sistemi di sorveglianza su scala globale. Sarebbe il compimento del capitalismo della sorveglianza. Cosa che la Cina, eccoli i tempi interessanti, già fa. Cosa per cui Pechino viene (talora ingiustamente, vedi il caso dei crediti sociali che non esistono) biasimata. La sfida dell’Ai è (anche) questa. Se non soprattutto questa. E si intreccia, guarda caso, alla riedizione della corsa allo Spazio che tiene impegnate le superpotenze globali. Non più per realizzare un filmino sulla Luna oppure per realizzare meravigliosi poster del Cosmismo. È una battaglia strategica. Chi arriva primo, sul Satellite, avrà un vantaggio strategico impareggiabile. Quello di poter controllare, da lassù, ogni mossa del Nemico. Per farlo, va da sé, occorre mettere in campo ogni risorsa. Compresa l’intelligenza artificiale, senza clausole di utilizzo né limiti all’impiegabilità per gli “usi leciti” sottolineati dallo stesso Hegseth e dal Pentagono.
Il nodo dei dati: le paure delle imprese
Ma c’è pure un altro tema caldo, e negletto, quando si parla dei rischi dell’intelligenza artificiale. E no, non riguarda il mondo del lavoro e i risvolti sociali che l’applicazione dell’algoritmo su larga scala potrebbe scatenare. È un argomento caldissimo, talmente caldo che nessuno (o quasi) ne parla. È strategia, manco a dirlo. E a sollevare il problema è stata, guardacaso, Thales. Che ha pubblicato il Data Threat Report dal quale emerge che il 70 per cento delle imprese, pur riconoscendo gli innegabili vantaggi che deriverebbero dall’implementazione dei sistemi Ai nelle loro catene di produzione e di gestione, tuttavia vive nel terrore dell’intelligenza artificiale. Perché non sanno più in mano a chi finirebbero i loro dati. Temono l’emergere di ulteriori vulnerabilità a dare le chiavi di casa direttamente nelle mani, digitali, delle Ai. Facendo, così, lievitare il pericolo dei cosiddetti insider e, più in generale, delle truffe, del furto di materiale sensibile e, perché no, dello spionaggio industriale. Il lato oscuro dell’Ai, dunque.
Più possibilità portano maggiori rischi
Se le imprese corrono, lo fanno pure i cyber criminali. Sei imprese su dieci hanno riferito di aver già subito attacchi basati sul deepfake. Quasi una su due (48%) ha patito danni d’immagine a causa della disinformazione o, peggio, del furto d’identità generate dalla stessa intelligenza artificiale. In pratica, secondo l’analisi di Thales, l’Ai aumenta le possibilità e allarga le potenzialità ma, contestualmente, incrementa pure, nelle imprese, i rischi per la sicurezza. Come se non bastassero gli errori umani che già causerebbero il 28% degli incidenti cyber. Per cui, già ora, un’impresa su tre stanzia budget importanti con la consapevolezza che questi investimenti andranno ad aumentare da qui ai prossimianni.
Torna alle notizie in home