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Economia

Tir e logistica, una malattia che viene da lontano

In questi giorni la resa dei conti di un modello infrastrutturale e di sviluppo

di Angelo Vitale -


Il caos che in questi giorni paralizza il Mezzogiorno, tra autostrade bloccate e scaffali dei supermercati desolatamente vuoti, non è affatto il frutto imprevisto di una fiammata d’emergenza. Dietro le lunghe file di tir fermi nei piazzali si nasconde il cortocircuito di un sistema malato da oltre vent’anni.

Logistica in Italia, una malattia che viene da lontano

Una fragilità strutturale esplosa quando il caro-carburanti e l’impennata dei costi operativi hanno spinto all’esasperazione le micro-imprese dell’autotrasporto. Ma la verità di fondo è che l’intero ingranaggio della distribuzione viaggiava da tempo sul filo del rasoio.

I numeri chiariscono la misura esatta di questa vulnerabilità. In Italia oltre l’80% delle merci viaggia esclusivamente su strada. Una dipendenza quasi totale dalla gomma che espone l’economia nazionale a qualsiasi interruzione della rete viaria. A questa sproporzione si somma uno storico squilibrio geografico.

La stragrande maggioranza dei centri di stoccaggio e distribuzione della grande distribuzione organizzata si concentra nel quadrilatero del Nord, tra le province di Milano, Verona, Bologna e Piacenza. Il Mezzogiorno è stato considerato per decenni un mero bacino di consumo finale o di produzione agricola frammentata, mai uno snodo logistico intermedio.

Il risultato?

E’immediato: al Sud mancano grandi hub refrigerati di stoccaggio. Quando i camion si fermano per la protesta, le celle frigorifere delle aziende agricole locali si saturano in pochissime ore e tonnellate di prodotti ortofrutticoli deperibili marciscono direttamente sui piazzali.

Con margini operativi ridotti al lumicino e tariffe ferme da anni, le piccole aziende di trasporto del Sud non hanno la liquidità necessaria per investire in flotte ecologiche o in strutture di stoccaggio proprie. Eppure, le risorse finanziarie europee e nazionali non mancano affatto.

Proprio in questi giorni la Commissione Europea ha assegnato 737mila euro al progetto europeo Exito, guidato da Circle Group, finalizzato a garantire la digitalizzazione e l’interoperabilità tra scali marittimi e terrestri. Parallelamente, la dotazione finanziaria per la Zes Unica del Sud è stata raddoppiata, superando la quota di 3 miliardi di euro per attrarre investimenti industriali e realizzare insediamenti logistici moderni. Ma tra i fondi stanziati e la loro concreta attuazione sul territorio esiste un abisso profondo fatto di lentezze burocratiche e autorizzative. Lo scenario di sfondo rivela responsabilità stratificate negli anni.

Per due decenni le politiche dei trasporti hanno favorito la strada sacrificando la rete ferroviaria, senza realizzare i binari di ultimo miglio. Quelli necessari a collegare scali strategici come Gioia Tauro, Taranto, Napoli e Augusta.

A questo quadro storico si agganciano le complessità gestionali odierne: l’accentramento della Zes Unica a Palazzo Chigi ha generato un imbuto burocratico nei permessi di costruzione per i nuovi magazzini. Ciò, mentre la revisione del Pnrr e i ritardi nell’erogazione dei crediti d’imposta sul gasolio hanno soffocato i piccoli vettori. Senza piattaforme informatiche capaci di far dialogare porti, interporti e ferrovie, ogni blocco a Napoli o in Sicilia azzera la catena logistica senza alternative. Il caos dei blocchi stradali non è un’emergenza improvvisa, ma la resa dei conti di un modello infrastrutturale e di sviluppo ormai del tutto insostenibile.


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