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Politica

Laura Boldrini e la Costituzione a intermittenza

Occupazioni morali, Costituzione sventolata e libertà a consumo: il metodo Boldrini spiegato con rigore giuridico e sarcasmo controllato

di Anna Tortora -


L’occupazione come atto costituzionale (non scritto)

C’è un’idea molto moderna di istituzione che emerge ogni volta che Laura Boldrini entra in scena: non un ordinamento di regole, ma un perimetro morale da presidiare. La Camera dei deputati non è il luogo del confronto regolato; è uno spazio che funziona solo se preventivamente certificato. Le procedure restano sullo sfondo, la legittimazione invece è immediata, autoattribuita e possibilmente irrevocabile.
La vicenda della sala stampa lo dimostra con chiarezza didattica. Una conferenza annunciata viene impedita non con un atto tipico, non con una decisione dell’organo competente, ma con un’occupazione materiale dello spazio. Nessun provvedimento, nessuna istruttoria, nessuna motivazione scritta: il fatto sostituisce la norma. La presenza supplisce al titolo. Il tutto presentato come “difesa delle istituzioni”, nella curiosa convinzione che un’istituzione si tuteli meglio impedendole di funzionare.

La Costituzione, ovviamente, è presente. Sempre in mano, raramente in vigore. Non viene applicata come fonte vincolante, ma esibita come segnale di correttezza morale. L’articolo 21, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero, resta formalmente intatto, ma nella pratica diventa una clausola elastica: valida in astratto, salvo eccezioni, cioè quando non piace.
Quando Laura Boldrini afferma che “non c’è posto per i fascisti nelle istituzioni”, l’elemento interessante non è l’enunciato, ma ciò che manca subito dopo. Non segue una definizione normativa, non segue un criterio legale, non segue un procedimento di accertamento. La qualifica precede il fatto. Il giudizio sostituisce l’istruttoria. È una giurisdizione morale a rito sommario, senza contraddittorio e senza possibilità di impugnazione.

Simboli a geometria variabile: dal velo alla Carta

Lo stesso metodo si ritrova nella gestione dei simboli, trattati non come oggetti di una posizione coerente, ma come strumenti a funzione variabile.

Il velo non è mai qualificato giuridicamente. Non è una scelta individuale da tutelare né un’imposizione statale da contrastare. È una variabile narrativa. Indossato nella moschea come gesto neutro e dialogante; evocato nel discorso sull’Iran come simbolo di oppressione. Nessuna distinzione tra libertà e coercizione, nessuna linea che tenga insieme i piani. Il simbolo cambia funzione a seconda della scena. Non viene spiegato: viene attivato.

È lo stesso trattamento riservato alla Costituzione. Non un limite che precede l’azione, ma un fondale che la giustifica dopo. Non una fonte che vincola, ma un repertorio da cui attingere. I diritti esistono, ma non garantiscono sempre. Il pluralismo è proclamato, ma subordinato a verifica preventiva. La legalità non viene violata apertamente: viene reinterpretata per sottrazione, fino a perdere contenuto.
In questo schema Laura Boldrini non esercita una funzione istituzionale in senso stretto: esercita una certificazione etica. Decide chi è presentabile, chi è escluso, quale parola è ammissibile. Il tutto senza bisogno di atti, competenze o responsabilità formali. Basta la presenza, basta la dichiarazione, basta il coro giusto.

Democrazia a risparmio energetico

Alla fine resta un ordinamento snello, efficiente, personalizzato. La Costituzione non serve più intera: basta una versione pieghevole, da aprire solo sulle pagine utili. L’articolo 21 si consulta a discrezione, il pluralismo è ammesso previo controllo qualità, il dissenso entra solo se non rovina l’allestimento.
Laura Boldrini non viola la Carta: la usa come telecomando. Accende i diritti quando fanno bella figura, li spegne quando intralciano la scena. È una democrazia a risparmio energetico, con libertà a intermittenza e legalità a chiamata. Funziona benissimo. Purché nessuno provi a parlare senza autorizzazione morale.

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