Burocrazia onnipotente o “nulla potente”?
L’onnipotenza della burocrazia italiana si esprime in primo luogo nella prerogativa di non rispondere in alcun modo della propria inerzia, giacché proroghe infinite, ritardi, disimpegni, rinvii sono sempre e comunque giustificati. Siamo così abituati alle lungaggini delle pratiche burocratiche da considerarle parte integrante e ineliminabile della nostra “valle di lacrime”. Del resto nessun risarcimento del danno è dovuto al cittadino che subisca gli effetti della paralisi, non rimane dunque che accettare il nostro destino. Il burocrate si compiace di non fare, perché la soccombenza del subordinato è in fondo l’espressione più alta e pura della prevalenza del sovraordinato.
Per lui non fare è più attraente che fare. Facendo potrebbe sbagliare, non facendo non sbaglia di sicuro. Facendo si mette al servizio del cittadino, non facendo se ne fa beffe ed esprime la sua supremazia, sancita dall’irresponsabilità. È una sorta di novello pantocratore, laico e “democratico”. Ben diversamente dal pantocratore dell’iconografia bizantina con le braccia dispiegate, a significare l’onnipotenza del fare, potrebbe essere raffigurato con le braccia conserte, a significare l’onnipotenza del rifiuto, ossia l’onnipotenza del nulla.
Il destino, forse non casualmente, ha voluto che il massimo dell’onnipotenza-nullapotenza burocratica si manifestasse in Sicilia, terra di contrasti e “metafora d’Italia”. Qui giungono all’estremo limite il formalismo cartolare e l’ossequio al protocollo strumentale, uniti all’assoluto disinteresse per l’efficienza di risultato. Ogni norma viene interpretata e applicata dall’apparato burocratico in modo che sia premiato il “non fare”, non sia turbata la quiete del riposo e possa soffiare costantemente lo scirocco dell’immobilismo.
Nel 2011 fu approvato il decreto legislativo n. 118, allo scopo conclamato di eliminare i famigerati residui passivi, e fu introdotta la procedura del “riaccertamento”, che impone agli Enti locali di ripulire i bilanci al 31 dicembre e deliberare ex novo le partite di spesa dell’anno successivo. Nei palazzi della burocrazia siciliana la normativa è stata accolta con grande giubilo, assunta a crisma ufficiale dell’inefficienza amministrativa, cosicché si è passati dalla lentezza alla paralisi totale.
Tutti i pagamenti per opere pubbliche in corso sono stati bloccati al 31 dicembre in attesa del riaccertamento, per il quale mediamente sono stati impiegati dai sei ai nove mesi. Insomma, per almeno metà dell’anno, nei cantieri aperti gli operai hanno dovuto girarsi i pollici o magari partecipare alle assemblee di “lotta” per la salvaguardia del posto di lavoro. Con grande beneficio per il cittadino utente e per i conti economici delle aziende, condotti al dissesto.
Oggi, dopo 14 anni, si scopre che questa prassi paralizzante non era affatto necessaria, poiché il riaccertamento non implica di per sé il blocco dei pagamenti. Lo hanno dichiarato pochi giorni fa, con encomiabile candore, l’assessore Dagnino e il Presidente Schifani, in veste di sorpresi e ignari passanti. E si scopre altresì – prescindendo dalla peculiarità siciliana – che tale riaccertamento, voluto perché “ce lo chiede l’Europa”, non riguarda affatto gli altri Paesi europei. È previsto solo in Italia, in modo che i nostri ritardi nell’utilizzo dei fondi europei consentano agli altri partners dell’Unione di spartirsi le spoglie. Che sia questa la vera ragione per la quale ce lo ha chiesto l’Europa?
Allora è necessario domandarsi se il morbo dell’autolesionismo alligni in Italia, e in Sicilia in particolare, per uno strano destino “cinico e baro” o per via dei caratteri essenziali e profondi del nostro assetto politico-amministrativo. Se non vogliamo credere al destino, dobbiamo riconoscere che alla base di tutto c’è lo squilibrio del rapporto pubblico-privato. La sospensione dei pagamenti, unilateralmente deliberata, può essere considerata legittima solo laddove non vige la pienezza dello Stato di diritto, giacché il diritto dell’uno prevale a priori su quello dell’altro, e vige invece l’arroganza del potere, in base alla quale, per esempio, nessuno sente il dovere di chiedere scusa per 14 anni di paralisi inutile. E ci si avvede che il potere arrogante, in ultima analisi, esprime la sua “divina” superiorità solo nel paralizzare la società. Ben misera cosa!
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