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Politica

Campo largo, Schlein al tavolo con un caso politico già esploso

Venerdì il vertice tra Pd, M5S e Avs. Ma l'operazione di allargamento si è già trasformata in un boomerang per il Nazareno

di Ernesto Ferrante -


Il campo largo non è ancora nato e già inciampa nei suoi fantasmi. Alla vigilia del vertice tra Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, il centrosinistra si scopre impigliato nella questione dell’allargamento, che da anni ne condiziona ogni tentativo di tornare al governo. Il caso Acerbo, esploso dopo le dichiarazioni su Hamas e il conseguente scontro nel Pd, è molto più di una polemica estemporanea. È la dimostrazione che il problema del centrosinistra non è trovare nuovi alleati, ma capire quali limiti sia disposto a darsi.

La coalizione come somma di eccezioni

Negli ultimi mesi Camera e Senato sono diventati il teatro di una frenetica attività edilizia parlamentare. Nuovi gruppi, nuove componenti, nuove aggregazioni. Tutti tasselli che potrebbero finire nel mosaico del futuro centrosinistra. Ma più il perimetro si allarga, più emerge una contraddizione politica. Perché il campo largo nasce per apparire come un’alternativa di governo credibile e coesa, ma rischia di trasformarsi in una semplice somma di eccezioni, deroghe e convenienze tattiche. La questione Rifondazione Comunista è emblematica. Il Pd ha messo a disposizione il senatore Andrea Crisanti per consentire la nascita della componente guidata da Maurizio Acerbo. Una scelta che aveva già irritato l’area riformista democratica. Non tanto per il peso elettorale del partito, quanto per il segnale politico. Se l’obiettivo è rassicurare l’elettorato moderato e contendere voti al centro, investire capitale politico per riportare dentro la coalizione una forza che evoca le divisioni più identitarie della sinistra, si tratta di una mossa tatticamente errata.

Il caso Acerbo come sintomo

Le dichiarazioni del rifondarolo sul 7 ottobre e su Hamas hanno trasformato una questione tecnica in un caso politico nazionale. E soprattutto hanno messo il Pd davanti a una verità scomoda. La polemica non nasce infatti dalle parole di un alleato storico o di una figura centrale nello schieramento. Tra origine da una personalità che il centrosinistra sta cercando di accompagnare dentro il proprio recinto politico. È questo il punto che rende la vicenda così esplosiva. Quando Filippo Sensi scrive sui social che “gli abbiamo pure prestato un senatore”, non sta semplicemente attaccando Acerbo. Sta denunciando un metodo. Sta dicendo che il problema non è l’incidente comunicativo, ma la scelta politica che lo ha reso possibile.

Le crepe dentro il campo progressista

La reazione più significativa arriva dagli stessi alleati. Andrea Orlando prende le distanze. Sandra Zampa chiede a Schlein di intervenire e di chiudere una vicenda che considera umiliante per il Pd. Angelo Bonelli va oltre e definisce Hamas “il peggior nemico del popolo palestinese”, liquidando chi lo esalta come “un grande idiota”. La questione Acerbo, a conti fatti, unisce quasi tutto il campo progressista contro Acerbo stesso. Un dettaglio che rende ancora più fragile l’operazione di espansione. Perché il leader di Rifondazione non rappresenta un punto di sintesi tra le diverse anime della coalizione, ma un elemento di conflitto.

Il rischio di una coalizione senza baricentro

Il vero nodo che Elly Schlein dovrà affrontare al vertice non è quindi organizzativo. È politico. Ogni coalizione ha bisogno di allargarsi. Nessuna alleanza vince restringendosi. Ma esiste un confine oltre il quale l’allargamento smette di essere una forza e diventa una fonte permanente di instabilità. Il centrosinistra sembra muoversi proprio su quella linea. Da una parte c’è la necessità di aggregare tutto ciò che si oppone a Giorgia Meloni. Dall’altra emerge il rischio di costruire un contenitore così ampio da non riuscire più a definire con chiarezza cosa sia e cosa rappresenti. Per questo il nodo Acerbo pesa più delle esternazioni che lo hanno generato. Si tratta del primo vero stress test del campo largo che verrà. E racconta la difficoltà del centrosinistra di trovare un equilibrio tra vocazione maggioritaria e pulsione identitaria, tra governo e testimonianza, tra pragmatismo e appartenenza. Venerdì Schlein riunirà gli alleati. Ma prima ancora di decidere dove andare, dovrà stabilire chi portare a bordo. Perché una coalizione che continua ad allargarsi senza scegliere un baricentro rischia di assomigliare sempre più a una sommatoria di sigle e sempre meno a un progetto di governo.

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