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Sociale

Tre milioni di anziani connessi ai social ma soli

E sono tra gli 8,5 e i 9 milioni gli individui che abitano uno spazio individuale

di Giorgio Brescia -


La spia di un paradosso strisciante attraversa l’Italia contemporanea: siamo permanentemente connessi, reperibili a ogni ora dentro uno spazio virtuale saturo di notifiche ma non siamo mai stati così soli.

L’isolamento degli anziani

L’isolamento non è una parentesi esistenziale o una posa letteraria, ma un’emergenza strutturale che logora alle radici il welfare e la coesione civile del Paese. A certificarlo con la freddezza dei numeri non è una singola voce, ma un mosaico di evidenze statistiche convergenti che ricompone una realtà a lungo rimossa.

La trasformazione della nostra architettura sociale parte da una cifra: il 37,1%. Secondo le più recenti rilevazioni dell’Istat, le famiglie unipersonali rappresentano ormai la tipologia domestica prevalente nella Penisola, superando di netto lo storico modello della coppia con figli.

Sono tra gli 8,5 e i 9 milioni gli individui che abitano uno spazio individuale. Una metamorfosi demografica epocale, in cui la progressiva rarefazione delle reti primarie di prossimità trasforma la casa da rifugio intimo a perimetro di reclusione sociale. Chi immagina questa moltitudine come una schiera di metropolitani emancipati si scontra però con i rilievi dell’Eurispes nel Rapporto Italia.

Per il 62,9% di chi vive solo, questa condizione non è affatto una libera scelta o una conquista di autonomia. E’ un comportamento subito, imposto dalle fratture della vita o da vincoli economici.

Un’onda d’urto

Il punto di rottura più drammatico di questa anatomia si colloca nella terza età: l’Eurispes rileva 2,7 milioni di ultrasettantacinquenni confinati nella cosiddetta «solitudine abitativa». Si tratta in larga prevalenza di donne vedove, prive di reti di supporto continuative e con traiettorie di salute fragili. Questa desertificazione relazionale genera un’onda d’urto che investe direttamente il benessere psicologico e il bilancio pubblico.

Il consorzio europeo Lonely-Eu – che vede l’Italia in prima linea grazie alle ricerche del centro PsyLab dell’Università Cattolica e della Statale di Milano – indaga il legame tra frammentazione sociale, transizione tecnologica e condizione mentale. Le risultanze tracciano una correlazione diretta tra l’isolamento cronico e l’incremento delle sindromi depressive. E registrano picchi che sfiorano il 55% di solitudine percepita all’interno dei campioni anagrafici più vulnerabili esaminati. La moltiplicazione dei contatti virtuali non colma affatto il vuoto delle relazioni fisiche.

Al contrario, finisce per accentuarlo ed esacerbarlo, traducendosi in una spesa sanitaria crescente per la cura dei disturbi dell’umore e delle patologie psicosomatiche. La solitudine involontaria ha cessato di essere un fatto privato per configurarsi come una grave patologia collettiva. Prende corpo nel nostro Paese una sfida che impone e attende interventi pubblici urgenti prima che il silenzio diventi la voce dominante della società.

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