La pax leghista nasce già infranta. Ecco cosa può succedere adesso
Il congresso straordinario di Milano doveva essere, nelle intenzioni di via Bellerio, il palcoscenico della definitiva consacrazione e della pax leghista. Matteo Salvini porta a casa la riconferma a segretario federale fino al 2030 con il 76% dei consensi, ma i numeri reali raccontano una storia molto diversa.
Quella che si è consumata sotto i riflettori milanesi è a tutti gli effetti una vittoria di Pirro, che restituisce l’immagine di un leader strutturalmente indebolito. Lo scontento della vecchia guardia leghista non si è affatto placato. Massimo Garavaglia, espressione dell’area che fa capo a Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia, ha incassato un significativo 24% di voti.
Una quota altissima per i canoni del Carroccio e simbolo tangibile che la base mal digerisce la svolta nazionalista e i conti che non tornano con i posizionamenti anti-sistema. E a nulla sono valse le ‘vedette’ attente a verificare le reazioni durante l’intervento di Salvini. Chi voleva storcere il naso lo ha fatto e basta.
Così come l’opera di convincimento sui delegati considerati peones a sostenere il segretario non avrebbe in realtà prodotto il risultato sperato. E preoccupanti appaiono anche le numerose assenze registrate il giorno del voto rispetto a quello precedente. Anche se i veri assenti sono stati, purtroppo, i giornalisti, tenuti ben lontani dalla sala principale. Una mossa che ha suscitato dure proteste e non pochi sospetti circa quanto stava accadendo a porte chiuse.
Senza contare che la mossa di Salvini di proporre lo stop agli aiuti militari e ai fondi destinati all’Ucraina ha scatenato immediati e profondi malumori anche negli alleati di governo. Nelle stanze di via della Scrofa la mossa viene letta come l’ennesimo tentativo di fare propaganda di lotta e di governo, logorando la linea di politica estera atlantista fermamente tracciata dal premier e minando la credibilità internazionale dell’esecutivo sui tavoli europei.
Il prezzo politico di questa radicalizzazione a destra non si è fatto attendere, manifestandosi con un terremoto parlamentare a poche ore dalla chiusura delle urne congressuali. La deputata Simonetta Matone, ex magistrato e figura di spicco del moderatismo centrista, ha annunciato l’addio ufficiale alla Lega per aderire al gruppo di Forza Italia alla Camera. “Sono contraria a derive sovraniste e a prese di posizione estreme che ci isolano in Europa”, ha spiegato la deputata senza giri di parole, motivando il passaggio in Forza Italia come l’approdo naturale in un “centrodestra illuminato ed equilibrato”.
L’addio della Matone, tuttavia, non è un semplice cambio di casacca parlamentare, ma risponde a una precisa geometria politica. Nel motivare il suo strappo, la deputata ha tenuto a ribadire la sua assoluta e salda lealtà alla coalizione e, soprattutto, una forte e mai nascosta sintonia con la linea istituzionale di Giorgia Meloni.
L’ex magistrato mantiene un profilo dichiaratamente pro-premier, a dimostrazione del fatto che la diaspora centrista della Lega non punta a indebolire l’esecutivo, bensì a rafforzare l’asse moderato e meloniano a scapito del salvinismo duro e puro. Si abbandona via Bellerio non per fare opposizione, ma per cercare rifugio e stabilità sotto l’ampio ombrello protettivo di Palazzo Chigi.
Per la Lega, l’uscita della Matone rischia di inaugurare una pericolosa reazione a catena. Il partito appare stretto nella morsa tra la competizione identitaria di Fratelli d’Italia e l’attrazione gravitazionale che Forza Italia esercita su tutto l’elettorato moderato, spaventato dalle sbandate populiste. Salvini ha blindato la sua poltrona fino al 2030, ma la sensazione diffusa è che il segretario abbia perso il controllo della rotta strategica.
È il destino classico delle parabole populiste quando incrociano la dura risposta delle istituzioni. L’ossessione per il posizionamento identitario finisce per logorare i fili del pragmatismo. Nel tentativo di rincorrere una destra radicale ormai saldamente occupata, la Lega rischia di smarrire definitivamente la sua storica vocazione di governo del territorio, lasciando scoperti quei ceti produttivi che chiedono stabilità, non strappi ideologici.
La sbandierata blindatura di Milano non assomiglia all’inizio di una nuova era, ma al tentativo di recintare le macerie. Se la fuga dei moderati verso la sponda azzurra – ma sotto la benedizione silenziosa di Palazzo Chigi – dovesse continuare, il segretario si ritroverà presto a guidare un partito di pura testimonianza. Un comandante arroccato nella sua trincea, mentre l’esercito ha già cambiato bandiera per mettersi al servizio di un’altra e più solida egemonia.
A tal proposito, presto potrebbe incombere sulla scena anche la questione relativa alle donazioni ottenute con il 2 per mille. Nella questione è coinvolta la vecchia Lega Nord con l’esposto presentato da alcuni militanti sulla gestione dei soldi finiti nella casse del Carroccio.
E per quanto riguarda la vecchia sigla, della quale è commissario Igor Iezzi, in molti sono convinti che presto sarà necessario celebrare il congresso già richiesto. In tal caso, la vecchia-nuova Lega Nord potrebbe risorgere, con tanto dello storico simbolo raffigurante Alberto da Giussano, contando tra le proprie file esponenti del calibro di Zaia, Fontana, Fedriga e Romeo.
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