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Cronaca

Caso Cesaroni, la svolta: indagati 7 nuovi profili Dna

L'analisi svolta in questi mesi dal Ris sui sette nuovi profili genetici rappresenta l'ultimo, forse decisivo, tentativo di dare un nome e un volto all'assassino di via Poma

di Dave Hill Cirio -

Un'immagine d'archivio di Simonetta Cesaroni


Delitto di via Poma: la svolta del caso dell’omicidio di Simonetta Cesaroni dopo 36 anni, con l’esame del Dna su sette persone mai indagate.

Caso Cesaroni, la svolta

A quasi 36 anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni, uno dei più celebri e impenetrabili cold case della cronaca nera italiana registra un’inattesa svolta investigativa.

Secondo un’anticipazione pubblicata online da La Repubblica, la Procura di Roma ha avviato accertamenti tecnici irripetibili sul Dna di sette persone mai formalmente indagate prima per il delitto del 7 agosto 1990.

Sette profili sotto la lente del Ris

I magistrati di Piazzale Clodio al lavoro. L’inchiesta è coordinata dal pm Alessandro Lia ed è nata dopo il no alla richiesta di archiviazione da parte del gip un anno e mezzo fa.

Disposto lo scorso 4 giugno un accertamento affidato ai carabinieri del Ris.

Chi sono i sette soggetti?

I profili genetici appartengono a cinque uomini e due donne. Nello specifico, si tratterebbe di cinque professionisti (tra cui una figura «di altissimo livello») e di due persone molto vicine al contesto lavorativo degli uffici di via Poma.

Come sono stati prelevati?

I campioni sarebbero stati acquisiti “in discrezione” dagli investigatori del Nucleo Investigativo di via In Selci attraverso la raccolta di materiale biologico lasciato su bicchieri d’acqua, tazzine di caffè o altri oggetti usati dai soggetti. Ciò, senza che questi fossero preventivamente iscritti nel registro degli indagati.

Il confronto con i reperti del 1990

I sette profili vengono ora comparati con le tracce biologiche residue e infinitesimali conservate sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini indossati da Simonetta la sera dell’omicidio.

La speranza della Procura è che le moderne tecnologie di sequenziamento genetico del 2026 riescano a estrarre un’impronta molecolare decisiva da reperti scampati al degrado del tempo.

La mappa dell’intricata vicenda di Via Poma: 36 anni di piste, sospetti ed errori

Il 7 agosto 1990, la ventenne Simonetta Cesaroni viene massacrata con 29 colpi d’arma da taglio (probabilmente uno stiletto o un tagliacarte) al terzo piano del complesso di via Carlo Poma 2, nel quartiere Prati a Roma.

Simonetta lavorava come segretaria contabile per la Reli Sas, che la inviava due pomeriggi a settimana presso gli uffici dell’A.I.G. (Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù).

Il caso si trasforma da subito in un rompicapo giudiziario segnato da piste contraddittorie, depistaggi, reperti compromessi e processi conclusi senza colpevoli.

La pista del portiere: Pietrino Vanacore

Fu il primo sospettato principale. Bloccato poche ore dopo il delitto a causa di presunte macchie di sangue sui calzini e alibi ritenuti traballanti, rimase in carcere quasi un mese prima che le perizie ematologiche scagionassero la sua posizione.

La sua figura è rimasta un’ombra costante sul caso fino al 9 marzo 2010, quando Vanacore si è tolto la vita affogandosi in mare a Torchiarolo, tre giorni prima di dover testimoniare al processo contro Raniero Busco.

Lasciò la frase: «Il dovere mi chiama, 20 anni di sofferenza e di sospetti portano a questo».

I sospetti sull’aristocrazia e sull’architetto: Federico Valle

Nel 1992 l’attenzione si sposta su Federico Valle, nipote del celebre architetto Cesare Valle che aveva progettato il palazzo di via Poma e che risiedeva nello stesso edificio.

Un’accusa mossa dalle rivelazioni dell’austriaco Roland Volponi indicava il giovane come possibile aggressore, ma gli accertamenti e le perizie del Dnadiscolparono completamente Valle, portando al proscioglimento definitivo nel 1994.

Il processo al fidanzato: Raniero Busco

Del 2007 le indagini che ripartono puntando su Raniero Busco, all’epoca dei fatti fidanzato di Simonetta. L’accusa si fondava sull’estrazione di un profilo genetico compatibile sul corpetto della ragazza. Centrale, una presunta lesione da morso individuata sul capezzolo sinistro della vittima.

Busco, quattro anni dopo, condannato in primo grado a 24 anni di carcere.

Del 2012 la Corte d’Appello che lo assolve per non aver commesso il fatto, dimostrando l’inattendibilità della perizia sul morso e la natura di contaminazione generica del Dna.

La Corte di Cassazione due anni dopo rende l’assoluzione definitiva.

Le altre piste e la Commissione d’Inchiesta

Negli anni sono stati tirati in ballo i dirigenti dell’A.I.G. (come Francesco Caracciolo di Sarno), i datori di lavoro della Reli Sas. E persino piste legate ai Servizi segreti o alla vicina sede di via Poma come presunta “copertura” di attività informative.

Nessuna di queste teorie ha mai trovato un riscontro processuale finale.

Perché il caso si è riaperto?

Dopo l’archiviazione richiesta dai pm nel 2022, il Gip ha accolto l’opposizione della famiglia Cesaroni ordinando nuove indagini.

La riapertura del fascicolo, sommata ai lavori della Commissione Parlamentare d’Inchiesta creata per far luce sugli errori e i depistaggi di trent’anni fa.

Ha consentito agli investigatori di ripassare al setaccio gli elenchi delle persone che quel 7 agosto 1990 avevano accesso al fabbricato o frequentavano il circuito dell’A.I.G.

L’analisi svolta in questi mesi dal Ris sui sette nuovi profili genetici rappresenta l’ultimo, forse decisivo, tentativo di dare un nome e un volto all’assassino di via Poma.

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