Ceuta, la crisi continua: l’Italia prolunga i controlli e Madrid sceglie la vendetta
Mentre Pedro Sánchez invoca la solidarietà europea e risponde a Roma con una mossa che sembra di reciprocità ma sa di vendetta, a Ceuta si continua a sparare in aria per sedare gli scontri. È questo il paradosso della crisi migratoria che da settimane scuote l’enclave spagnola. L’Italia, per il momento, ha deciso di mantenere alta la guardia.
Ceuta, la decisione dell’Italia e la vendetta spagnola
Il governo italiano, per voce del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha deciso di prorogare per altri quindici giorni i controlli alle frontiere marittime e aeree con la Spagna. La decisione, spiegano dal Viminale, nasce dall’analisi del Comitato immigrazione e sicurezza delle frontiere, lo stesso organismo che aveva raccomandato la reintroduzione dei controlli il 1° agosto dopo l’ingresso di 70-80 mila migranti a Ceuta nell’arco di poche ore. Pur riconoscendo gli sforzi avviati da Madrid insieme all’Unione europea per riportare la situazione sotto controllo, per il governo Meloni permangono ancora elementi di rischio tali da giustificare la proroga.
“La proroga era necessaria” ha detto il ministro Piantedosi: “Abbiamo deciso di limitarla a 15 giorni perché se da una parte l’analisi è stata fatta dagli specialisti che indica che esistono motivazioni per cui fu fatta questa misura dall’altra parte è apprezzabile lo sforzo che sta facendo il governo spagnolo con l’Ue per il giusto superamento della situazione che si è creata”. Madrid ha accolto la decisione con evidente irritazione. Il ministero dell’Interno spagnolo ha annunciato quasi immediatamente l’estensione, sempre di quindici giorni, dei controlli sui passeggeri che arrivano dall’Italia per via aerea e marittima.
Una misura che era stata introdotta lo scorso 8 agosto come risposta alla scelta del governo italiano – che ora viene semplicemente allungata. Il governo iberico parla di reciprocità, ma il dato politico è difficile da ignorare: alle ragioni di sicurezza avanzate dall’Italia, Sánchez replica con lo stesso strumento, trasformando una misura straordinaria in un braccio di ferro diplomatico. Il problema, tuttavia, è che mentre Madrid si vendica, Ceuta continua a bruciare.
Il caos continua
Lo stesso Pedro Sánchez ammette che nell’enclave restano circa 5.000 migranti, di cui oltre 1.200 minorenni, nonostante nove persone su dieci siano già rientrate in Marocco dopo l’ondata del 30 e 31 luglio. Le ultime ore hanno confermato quanto la situazione sia ancora esplosiva: nel quartiere di Loma Colmenar sono scoppiati violenti scontri all’ingresso della tensostruttura di accoglienza allestita dal governo spagnolo. Centinaia di migranti, rimasti per settimane accampati in strada, hanno tentato di entrare superando la fila di chi aspettava da ore.
Secondo la polizia, il caos è degenerato fino a rendere necessario l’intervento degli agenti, che hanno sparato colpi di arma da fuoco in aria prima di sgomberare l’area. Il punto è che non si tratta di un episodio isolato. Pochi giorni fa manifestanti hanno incendiato le tende dei migranti sulla spiaggia di Benítez e tentato di bloccare i camion della Croce Rossa. Ancora più grave l’attacco contro una pattuglia dell’esercito con lanci di pietre contro i militari sul lungomare cittadino.
Un contesto pericoloso per cui il premier spagnolo ha chiesto all’Europa la stessa solidarietà mostrata dalla Spagna durante gli sbarchi di Lampedusa. “L’Europa deve essere solidale con Ceuta, con le Canarie e con Lampedusa”, ha dichiarato, arrivando anche a ipotizzare che il diverso atteggiamento di alcuni partner possa dipendere dalle posizioni di Madrid su altri dossier internazionali. Ma Sánchez è andato anche oltre, puntando il dito contro “una campagna internazionale di disinformazione”: ha accusato “reti russe e israeliane” di aver diffuso la falsa notizia secondo cui chi fosse riuscito a raggiungere Ceuta a nuoto non avrebbe potuto essere respinto alla frontiera con un effetto richiamo che ha spinto decine di migliaia di persone verso l’enclave.
Accuse che hanno provocato una dura reazione diplomatica: il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha parlato di “palese menzogna” mentre dal Cremlino Dmitry Peskov ha respinto ogni addebito. Intanto la crisi a Ceuta permane e non sembra, almeno per il momento, facilmente smorzabile. Il punto è che, differentemente da come la vede Sanchez, la questione non riguarda il principio della solidarietà: perché se il rischio persiste la prudenza è una scelta di sicurezza.
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