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Esteri

Mini‑attacchi, maxi‑crepe: la nuova guerra limitata degli Stati Uniti contro l’Iran

La Casa Bianca ripiega su una strategia di micro‑raid nello Stretto di Hormuz.

di Ernesto Ferrante -


Nello Stretto di Hormuz si combatte una guerra a bassa intensità che racconta molto più di quanto sembri. Secondo le ricostruzioni di Axios, il Comando centrale statunitense ha elaborato un piano di mini‑attacchi periodici contro le infrastrutture iraniane: una strategia definita internamente “mow the lawn”, letteralmente “falciare il prato”, ovvero colpire a intervalli regolari per impedire a Teheran di ricostruire radar, batterie missilistiche e capacità di targeting sulle petroliere in transito.

È una dottrina che nasce dalla necessità, non dalla forza. Washington non punta più a un’offensiva su larga scala, ma a un contenimento chirurgico che eviti un’escalation ingestibile. Un approccio che stride con la retorica muscolare di Donald Trump, il quale nelle prime settimane della crisi aveva promesso “linea dura” e capacità illimitate di proiezione militare.

Trump minimizza, l’Iran resiste

Il presidente, interrogato sui raid contro l’isola di Larak, il primo attacco americano dopo un mese di silenzio operativo, ha insistito sulla natura “molto limitata” dell’azione. Ha dipinto l’Iran come una “nazione fallita”, con inflazione al 350% e forze armate allo stremo. Una narrativa che però non coincide con la realtà sul terreno, dove Teheran continua a ricostruire le proprie difese e a mantenere la capacità di minacciare il traffico energetico globale. Una petroliera ha riferito di essere stata colpita da tre proiettili mentre navigava fuori dallo Stretto, 17 miglia nautiche a est di Khasab, in Oman. Lo ha reso noto in questi minuti l’agenzia britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto).

La stessa insistenza del tycoon nel negare problemi di scorte (“abbiamo così tante munizioni in tutto il mondo”) rivela un nervosismo crescente. E quando una giornalista gli chiede se gli Stati Uniti stiano valutando l’uso di armi nucleari, l’umore del presidente cambia bruscamente: “Li abbiamo sconfitti militarmente e dovrei usare l’arma nucleare? Che domanda stupida”.

Dietro la retorica, resta un dato. La strategia dei piccoli passi è la prova di una resistenza iraniana più solida del previsto, capace di costringere Washington a una postura più prudente e meno ambiziosa.

La faglia interna: le dimissioni di Dan Driscoll

A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la notizia delle dimissioni del segretario dell’Esercito Dan Driscoll, figura centrale nella modernizzazione delle capacità dronistiche americane e considerato vicino a Trump. Il Wall Street Journal ha rivelato per primo l’addio, seguito da conferme della CNN. Driscoll avrebbe discusso con il presidente “la situazione attuale dell’esercito” prima di lasciare l’incarico.

Le sue dimissioni arrivano dopo mesi di tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che secondo il New York Times avrebbe rimosso quattro ufficiali di colore da una lista di promozioni contro il parere di Driscoll. Il Washington Post aveva già riportato il timore di Hegseth di essere sostituito proprio da Driscoll.

La Casa Bianca ha provato a minimizzare, lodando il contributo del “drone guy” alla strategia “Make America great again”. Ma la realtà è più complessa. Dan Driscoll era diventato un interlocutore privilegiato di Trump, al punto da essere inviato a Kiev per tentare di convincere l’Ucraina a fare concessioni alla Russia. Un ruolo anomalo, che aveva alimentato sospetti e rivalità interne. Le sue dimissioni, in piena crisi con l’Iran, aprono una crepa nella catena di comando militare e indeboliscono ulteriormente la capacità americane di gestire una fase già delicata.

Un equilibrio che si sposta

La somma degli elementi, la strategia dei micro‑raid, la resilienza iraniana, le tensioni interne al Pentagono, delinea un quadro chiaro. Gli Stati Uniti stanno ridimensionando le proprie ambizioni nel Golfo. Non per scelta, ma perché la realtà operativa e politica li costringe a farlo. La Repubblica islamica dell’Iran, a dispetto della crisi economica e delle dichiarazioni trionfalistiche di Washington, mantiene capacità militari sufficienti a condizionare la libertà di manovra americana.


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