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Chi ci aggiusta l’auto nel 2030?

In dieci anni officine di autoriparazione diminuite del dieci per cento

di Angelo Vitale -


Chi ci aggiusta l’auto nel 2030? L’Italia è il Paese europeo con la più alta densità di autovetture: 701 auto ogni 1.000 abitanti. Il parco circolante ha superato i 41,3 milioni di veicoli ed è cresciuto di circa l’11,5% nell’ultimo decennio. Ma c’è un dato che mette a rischio questa narrazione: mentre le auto aumentano e invecchiano, gli autoriparatori diminuiscono.

Auto sempre più vecchie, poche officine

Secondo l’ultimo report della Cgia di Mestre, tra il 2014 e il 2024 le imprese dell’autoriparazione sono scese da circa 83mila e 00 a poco più di 75mila e 200 unità, con una contrazione vicina al 10%. Il calo riguarda soprattutto le officine artigiane indipendenti: carrozzieri, meccanici, gommisti, elettrauto che operano fuori dalle reti ufficiali delle case automobilistiche. Reti, queste ultime, che subiscono da qualche anno, a catena, la crisi dell’automotive. Non inusuale, ormai, nel paesaggio urbano del nostro Paese, incrociare autosaloni ormai da tempo chiusi. E chiuse pure le loro officine.

Il paradosso è evidente. Quasi un’auto su quattro in Italia ha più di 20 anni. Un parco così anziano dovrebbe generare più interventi di manutenzione, più riparazioni, più domanda di servizi. E invece il numero delle officine si riduce. La domanda da porsi non è solo statistica, ma strutturale: chi garantirà assistenza a un parco circolante sempre più datato e complesso?

Perché diminuiscono?

Il report individua diverse cause. La prima è economica. I costi di gestione sono aumentati: affitti, energia, assicurazioni, smaltimento rifiuti speciali, adeguamenti normativi in materia ambientale e sicurezza. Per una piccola officina artigiana il margine si assottiglia, soprattutto in territori dove la competizione sui prezzi è forte e la clientela è sensibile al costo dell’intervento.

La seconda è tecnologica. Le auto moderne integrano centraline elettroniche, sistemi e sensori, software di diagnosi proprietari. Per intervenirvi servono attrezzature aggiornate e formazione continua. Gli investimenti richiesti sono elevati e non sempre sostenibili per strutture di piccole dimensioni. Il risultato è una selezione progressiva. Chi non riesce ad aggiornarsi esce dal mercato o viene assorbito da reti più grandi.

C’è poi il nodo generazionale. Molte officine chiudono quando il titolare va in pensione. Il ricambio è limitato. I giovani scelgono percorsi diversi, spesso più orientati ai servizi digitali o a lavori percepiti come meno manuali. L’autoriparazione resta un mestiere tecnico ad alta specializzazione, ma fatica ad attrarre nuove leve, anche per la difficoltà di reperire percorsi formativi adeguati e apprendistati strutturati.

Un ulteriore elemento è l’evoluzione dei veicoli stessi. Gli intervalli di manutenzione ordinaria si sono allungati rispetto al passato. Componenti più durevoli e diagnostica preventiva riducono la frequenza dei tagliandi. Meno accessi in officina significano minori volumi di lavoro per le microimprese, con effetti diretti sulla sostenibilità economica.

Dopo la crisi dell’automotive

Il quadro si complica se si guarda alla distribuzione territoriale. In alcune aree la contrazione è più marcata, con il rischio di desertificazione del servizio in comuni medio-piccoli. Qui l’officina non è solo un’attività economica, ma un presidio di prossimità. La sua chiusura implica spostamenti più lunghi per i cittadini, tempi di attesa più estesi e minore concorrenza.

Da qui l’interrogativo proiettato al 2030. La data non è casuale. Nei prossimi cinque anni una parte significativa dei titolari attuali raggiungerà l’età pensionabile. Se il trend di -10% in dieci anni proseguisse, il numero di autoriparatori potrebbe scendere ulteriormente, mentre il parco auto – complice la lenta sostituzione dei veicoli più anziani e la prudenza negli acquisti di auto nuove – resterà elevato. Il rischio non è l’assenza totale di officine, ma una concentrazione in reti strutturate e concessionarie, con minore capillarità territoriale e maggiore standardizzazione dei servizi.

Questo scenario apre diversi fronti. Per iniziare, l’accessibilità economica della riparazione. Con meno operatori indipendenti, la concorrenza potrebbe ridursi in alcune zone, incidendo sui prezzi. Poi, la tenuta del modello artigiano italiano, basato su microimprese diffuse e radicate nel territorio. E ancora, la gestione ambientale e della sicurezza di un parco circolante tra i più vecchi d’Europa, che richiede manutenzione costante per garantire efficienza e contenimento delle emissioni.

Una questione finora irrisolta

In un Paese con 701 auto ogni 1.000 abitanti, la manutenzione non è un servizio accessorio ma un’infrastruttura economica diffusa. La contrazione del settore evidenziata dalla Cgia pone quindi una questione di sistema. Come accompagnare la transizione tecnologica delle officine? Come favorire il ricambio generazionale? Come sostenere investimenti in formazione e attrezzature senza comprimere ulteriormente i margini?

“Chi ci aggiusta l’auto nel 2030?” non è uno slogan, ma una domanda concreta. I numeri mostrano un comparto in riduzione mentre il bisogno potenziale resta alto. Senza un riequilibrio tra innovazione, sostenibilità economica e valorizzazione del mestiere, il rischio è una progressiva rarefazione del servizio sul territorio, con effetti diretti su costi, tempi e qualità della mobilità quotidiana di famiglie e imprese.


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