Anomalie a paradossi messi in luce dal caso del delitto di Garlasco
Anche se solo di striscio, il caso Garlasco e le sue novità hanno toccato nuovamente la politica. Dopo il protagonismo che una delle inchieste più seguite e discusse della storia giudiziaria italiana ha ritrovato in concomitanza con il referendum sulla separazione delle carriere, complice la riapertura delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, a tornare sul controverso caso è stato ancora una volta il ministro Nordio. Pur precisando di non potersi esprimere sull’indagine in corso, il Guardasigilli tocca il punto centrale della questione. Nel chiarire di non avere alcuna idea di come siano andate veramente le cose e di chi sia in realtà l’assassino, il ministro ribadisce a chiare lettere di avere “un’idea invece chiara sulla dinamica della nostra legislazione che è sbagliata”. Insomma, arriva al cuore del problema, come ha già fatto in passato, parlando di una situazione che definisce “paradossale”.
I problemi legati alla legislazione
Il riferimento è a un quadro normativo secondo il quale, per utilizzare le sue stesse parole, “una persona assolta in primo e in secondo grado, può poi senza nuove prove, essere condannata”. Praticamente ciò che si è verificato con Alberto Stasi, attualmente detenuto per l’omicidio dell’allora fidanzata. Il ministro Nordio evidenzia, dunque, come questa sorta di schizofrenia nelle varie sentenze cozzi con il principio della condanna contro ogni ragionevole dubbio. E benché questo in Italia sia un pilastro giuridico, a quanto pare, è stato disatteso, aprendo molti interrogativi su come questa “situazione anomala” possa verificarsi nel nostro Paese. È evidente che quello che appare essere un principio sacrosanto non è tecnicamente tale. Non è vincolante ed è quindi aggirabile. Due assoluzioni costituiscono logicamente un dubbio circa una presunta colpevolezza per chiunque. Ma non necessariamente per un tribunale.
Il caso Garlasco e le nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi
Qui si crea un paradosso che, tornando a Garlasco, Nordio riassume provando a interpretare l’idea che si sono fatti tanti italiani. “Oggi il cittadino”, è l’idea del Guardasigilli, “si domanda, perplesso, come possa esistere una situazione in cui una persona abbia scontato una fortissima pena da colpevole, mentre attualmente si indaga su un altro, sulla base di prove per le quali, sempre secondo l’accusa, l’autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo”. È il rebus con il quale in tanti sono alle prese da oltre un anno. Il frutto di una distorsione normativa che, come sostiene il ministro della Giustizia, va corretta modificando la legge, anche se “sarà molto difficile cambiarla”.
Un sistema squilibrato a favore dell’accusa
Certo, si dirà, questo è un giudizio politico provenendo da un ministro. Eppure è confortato da quello di un tecnico come Francesco Petrelli, presidente delle Camere penali. Senza mezzi termini, il numero uno dei penalisti italiani evidenzia come “il nostro sistema processuale favorisce l’errore giudiziario a causa dello sbilanciamento a favore dell’accusa”. Anche a causa della mancanza di un limite alle impugnazioni delle procure in caso di assoluzione. Circostanza che poi può portare a uno stravolgimento del verdetto anche basandosi sulle stesse precise prove del precedente processo. E a tutto ciò, aggiunge Petrelli, va sommato “l’utilizzo che spesso si fa solo in chiave puramente retorica del principio dell’oltre ogni ragionevole dubbio”. La convinzione è che qualcosa vada certamente cambiata.
Torna alle notizie in home