CSM, correnti e responsabilità dei magistrati: il potere che non risponde a nessuno
Il circuito chiuso del potere togato
C’è una frase che merita di essere presa sul serio, non perché sia rassicurante, ma perché è perfettamente coerente con il mondo che descrive. Il pubblico ministero Giuseppe Visone afferma: «Da operatore del diritto sono abituato a confrontarmi con i testi e con le previsioni normative; le letture dietrologiche e complottiste le lascio ad altri». È una dichiarazione impeccabile.
È anche, involontariamente, il cuore del problema. Perché i testi normativi raccontano ciò che dovrebbe essere. Ma i sistemi istituzionali si giudicano per ciò che sono. E il sistema di autogoverno della magistratura italiana è formalmente irreprensibile. Il Consiglio Superiore della Magistratura nomina, promuove, trasferisce e disciplina i magistrati. È un organo costituzionale pensato per garantire l’indipendenza della giurisdizione dal potere politico. Il punto è che l’indipendenza, da sola, non elimina il potere. Lo protegge. E ogni potere, quando è protetto abbastanza a lungo, sviluppa un proprio equilibrio interno.
Il Consiglio Superiore della Magistratura non è un corpo estraneo alla magistratura. È la magistratura. Ne è espressione diretta, culturale, associativa, spesso anche relazionale. Nomina i vertici degli uffici più importanti. Decide chi guida le procure strategiche. Stabilisce, di fatto, chi eserciterà il potere giudiziario nei punti più sensibili del Paese. Non si tratta di illegalità. Si tratta di struttura. Il magistrato ed ex senatore Luigi Bobbio ha sintetizzato il punto con brutale chiarezza: «Chi nomina i Procuratori nazionali antimafia? Il CSM. E chi ha nominato nelle ultime tre tornate? Grasso, Roberti, Cafiero de Raho. E quanti di loro, cessato l’incarico, sono poi stati eletti con la sinistra? Tutti. E non mi pare che con Melillo stiamo messi meglio. A pensar male si fa peccato…». Il senso della frase non sta nella malizia. Sta nella prevedibilità.
Quando un sistema produce risultati percepiti come coerenti con determinati equilibri, il problema non è dimostrare una cospirazione. È spiegare perché la cospirazione non serve.
Le correnti della magistratura nascono come luoghi di elaborazione culturale. Questo è il racconto ufficiale. La realtà è più semplice. Sono strutture organizzate. Hanno leadership, linee interne, consenso. Partecipano alle elezioni del CSM. Incidono sugli equilibri decisionali. In altre parole, fanno ciò che ogni struttura organizzata fa: esercitano potere. È una dinamica naturale. Ma diventa un problema quando si continua a fingere che non esista. Perché l’autogoverno, senza contrappesi esterni reali, rischia di trasformarsi in autoconservazione.
Il tabù della responsabilità
Il punto più delicato, e più raramente affrontato, riguarda la responsabilità. Ogni potere democratico risponde delle proprie azioni. Il Governo risponde agli elettori. Il Parlamento risponde agli elettori. La magistratura, nella sostanza, risponde quasi esclusivamente a sé stessa. È una scelta costituzionale. Ha una ragione storica precisa: evitare interferenze politiche. Ma ogni garanzia, se assolutizzata, diventa privilegio.
Ed è proprio in questo spazio che le correnti assumono un ruolo determinante. Perché le correnti non sono soggetti responsabili verso i cittadini, ma verso i propri equilibri interni. Sono strutture associative che influenzano il sistema senza essere sottoposte a un controllo democratico diretto. Il loro potere non deriva da un mandato popolare, ma da un consenso interno. E tuttavia, incidono concretamente sulle nomine, sulle progressioni di carriera, sugli incarichi più delicati.
Il risultato è un sistema in cui la responsabilità tende a diluirsi. Le decisioni non appartengono mai a un singolo soggetto chiaramente individuabile, ma a un equilibrio complessivo, a una mediazione interna, a una dinamica associativa che esiste ma non risponde formalmente a nessuno al di fuori del proprio perimetro.
Non è una questione di punizione. È una questione di equilibrio. Più potere si esercita, più responsabilità dovrebbe esistere. Più un sistema è autonomo, più dovrebbe essere trasparente e verificabile. E invece, il sistema delle correnti, proprio perché interno e autoregolato, tende naturalmente a proteggere sé stesso.
La difesa più frequente dell’attuale assetto è che non esistono prove di deviazioni sistematiche. Probabilmente è vero. Ma è anche una risposta che evita la questione principale. Quando il potere si organizza in gruppi stabili, con capacità di influenzare nomine e carriere, il rischio non è necessariamente l’abuso individuale. È la conservazione del sistema.
I sistemi istituzionali non si giudicano solo dalla loro legalità formale, ma dalla fiducia che generano. E la fiducia nasce dalla percezione di imparzialità, trasparenza e responsabilità. Se il potere si organizza, si protegge e si riproduce all’interno di circuiti relativamente chiusi, la responsabilità diventa più difficile da individuare e, quindi, più difficile da esercitare.
Ed è qui che emerge il vero tabù: non l’errore del singolo magistrato, ma la responsabilità del sistema che lo ha selezionato, promosso e sostenuto. Un sistema in cui il potere è reale…
Il rischio dell’autosufficienza
La magistratura italiana resta una delle istituzioni fondamentali dello Stato di diritto. La sua indipendenza è essenziale. Nessuno, seriamente, propone di eliminarla. Ma indipendenza non può significare immunità da ogni critica. E soprattutto, non può significare sottrazione permanente al principio più elementare di ogni democrazia: chi esercita potere deve, in qualche forma, risponderne. Il rischio più grande, per qualsiasi istituzione, non è l’attacco esterno. È la convinzione interna di non dover rispondere a nessuno. Perché è da lì che inizia l’autoreferenzialità. E l’autoreferenzialità, nella storia delle istituzioni, è sempre il primo passo verso la perdita di fiducia. Non serve pensar male. Basta guardare come funziona il potere, quando nessuno lo mette davvero in discussione.
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