Da bulli a killer, la parabola dei minori che hanno fatto crescere impuniti
Non è colpa del lockdown. Non è colpa della povertà. È il risultato di vent’anni di pseudo buonismo, di giornali compiacenti e dall’interpretazione di leggi che rendono difficile avere giustizia
MILANO – Era notte. Una stazione di Milano. Un ragazzo di 22 anni stava tornando a casa. Dieci giovani lo hanno circondato, aggredito e ammazzato.
Per futili motivi, hanno detto. Come se esistesse un motivo non futile per uccidere qualcuno.
La notizia ha fatto il giro d’Italia in poche ore. Poi, come sempre, è arrivato il rito collettivo: il cordoglio sui social, le dichiarazioni dei politici, i titoli dei giornali. Quarantotto ore di indignazione.
Poi di nuovo il silenzio.
Ma questa volta qualcosa si è inceppato nel meccanismo.
Perché i cittadini, quelli veri, non quelli che rilasciano dichiarazioni, hanno smesso di credere alle parole. Sanno già come va a finire. Non si stupiscono più.
E questa è la cosa più grave di tutte.
Vent’anni di omissioni
Bisogna dirlo con chiarezza: il fenomeno delle gang giovanili non nasce dal lockdown.
Quella è l’ultima giustificazione in ordine di tempo, non la causa.
Il fenomeno ha radici molto più lunghe, e passa attraverso tre fasi precise che la classe politica ha attraversato senza mai intervenire concretamente.
La prima fase è quella del bullismo.
Esiste da sempre. Ma a partire dagli anni Duemila, anziché essere contrastato nelle scuole e nelle famiglie, è stato reinterpretato culturalmente. Chi chiedeva sanzioni veniva accusato di mancanza di empatia.
La seconda fase è quella delle babygang.
Rubavano gli zaini, picchiavano i coetanei, intimidivano i più deboli.
I media le trattavano come un fenomeno di costume.
I sindaci le citavano nei convegni sull’inclusione.
I giudici minorili applicavano misure sempre più blande in nome della rieducazione.
La terza fase è quella in cui viviamo adesso. Le babygang non ostacolate sono cresciute. Hanno acquisito struttura, territori, gerarchie.
Hanno stabilito contatti con la criminalità organizzata adulta, che le usa come manovalanza e le protegge in cambio di fedeltà. Non sono più ragazzini che fanno i bulli.
Tre fasi. Vent’anni. Nessuna correzione di rotta.
L’equazione che nessuno vuole leggere
C’è una catena causale che collega tutti i pezzi di questa storia.
Primo anello: decine di migliaia di clandestini arrivati in Italia senza documenti, senza prospettive lavorative legali, senza rete di sostegno reale. Non accolti, ma scaricati nelle periferie urbane. Il disagio è reale, concreto, misurabile.
Secondo anello: quel disagio non trattato diventa terreno fertile per la devianza.
Terzo anello: l’aumento della microcriminalità urbana appare subito visibile. I cittadini lo denunciano.
È solo una percezione, replicheranno i difensori d’ufficio degli ospiti dediti al crimine.
Quarto anello: il 10 ottobre 2022, dieci giorni prima che a Palazzo Chigi si insediasse il nuovo Governo di centrodestra con Giorgia Meloni alla Presidenza del Consiglio, entra in vigore la riforma della giustizia penale che elimina la procedibilità d’ufficio per una lunga serie di reati di strada.
Da furto, aggressione, lesioni lievi alle molestie e violenza sessuale non consumata: da quel momento in poi la polizia non può più intervenire autonomamente.
È competenza della magistratura.
Quinto anello: le vittime rassegnate evitano di denunciare. Chi è stato aggredito, derubato, palpeggiato su un autobus non ha la forza di affrontare mesi o anni di iter burocratico per un processo dall’esito incerto. Rinuncia. E senza denunce, le statistiche sui reati calano. I dati migliorano. I sindaci possono annunciare che la città è più sicura. Gli organi di informazione di riferimento riportano quei numeri senza fare domande.
Sesto anello: le gang minorili, non contrastate sul campo e protette di fatto da una legge che neutralizza l’intervento della polizia, crescono nel senso di impunità. Il messaggio che ricevono è semplice: potete farlo, non vi succederà niente.
Perché siamo arrivati fin qui
La risposta non è una sola. Ma i pezzi sono tutti sul tavolo, e nessuno è invisibile.
Vent’anni di buonismo educativo senza un vero programma di rieducazione o integrazione ha trasformato il bullismo in babygang e le babygang in strutture criminali.
Il governo tecnico della sinistra ha consegnato alle forze dell’ordine una legge che le neutralizza.
Il senso di impunità che le gang oggi ostentano nelle stazioni, sui treni, nelle piazze delle periferie italiane non è una patologia improvvisa.
È il prodotto razionale di un sistema che per troppi anni ha inviato un messaggio coerente: potete farlo, non vi succederà niente.
Un ragazzo di 22 anni è morto in una stazione di Milano per questo.
Non solo per la violenza di chi lo ha aggredito.
Per tutto quello che è venuto prima.
E per tutto quello che, se non cambia qualcosa di strutturale, verrà ancora.
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