Dal cinema fantastico alla cruda realtà
Il cinema, intendo il grande cinema di autore, aiuta a ricomporre il catalogo di emozioni di una vita intera. Sa riportare nel mondo reale stagioni sommerse, sentimenti perduti, immagini di vite lontane appannate, quasi irreali. Sono i pensieri che ho maturato appena dopo la rivisitazione di un film prodigioso che ci restituisce una bella idea della America.
Quella ancora attraversata dalla tragedia vietnamita che ci rimanda a un tempo nel quale la idea del dolore e la inesorabile complicità di guerra e di morte trovarono anche (direi soprattutto) nello splendido Forrest Gump di Zemeckis il registro di quell’eroismo impalpabile ingenuo generoso che correva nelle vene profonde del continente americano.
Una America che recuperava attraverso la tenera biografia di Forrest il valore interiore di un paese straniero a se stesso, diviso fra orgoglio rabbia sociale desiderio di normalità e di pacificazione da ruggini antiche. Forrest è il calco di un sentimento civile mite e oggettivo che attraversa il dramma, lo esorcizza e lo traduce in saggezza.
Il film riluce tuttora di una bellezza strepitosa, commuove e promuove la idea di paese solido affidabile in lenta operosa ricostruzione sentimentale. Una sagoma intellettuale e sociale composta sulla contemporaneità di un Forrest che “è l’America profonda”, la immensa provincia che ne racconta forza e consistenza morale.
Ma perché ne scrivo?
Ne scrivo, pur prevedendo implacabili repliche, perchè vedendo Trump “ballare” sui teatri di guerra per impulso del terribile Narciso che lo divora, ho immaginato che qualcosa del “Forrest Gump alla rovescia” stesse irrompendo sulle scene.
La rappresentazione cioè di un perverso e dominante senso comune che rivela un irrisolto rovinoso groviglio di smisurate ambizioni e di aggressive pulsioni sociali, di parossismi e ansietà che salgono dal fondo di una società pericolosamente affacciata su un mondo senza confini, su un vuoto di significati. Un mondo alla deriva di spiriti di potenza, che cambia fisionomia e relazioni e chiede perciò nuova intelligenza e nuove regole. Il Forrest dei tempi di Nixon e di Reagan rivelava la cifra di una società aperta e in transizione. Quel mondo era leggibile. Oggi è lecito chiedersi: quale Forrest saprebbe rappresentare il fondo obliquo di questa America First, la complessità dei suoi spiriti vitali? Quale “controstoria” sarebbe in grado di raccontare? È la domanda da affidare al grande cinema americano. Che trovi profilo e interprete prima che sia Trump a totalizzare la scena. Come lettore ottico di una società che gli somiglia.
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