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Esteri

Dal Libano all’Iran: la crisi travolge la strategia Usa

Trump in difficoltà con l'alleato Netanyahu

di Mauro Trieste -


L’attacco israeliano contro Beirut e la risposta immediata dell’Iran dimostrano che l’equilibrio costruito dagli Stati Uniti negli ultimi mesi sta cedendo. Washington aveva puntato su una strategia di separazione dei fronti e di isolamento dei dossier, per trattare con Teheran su tavoli paralleli nella convinzione che la Repubblica islamica avesse interesse a mantenere una distinzione tra le sue molteplici aree di influenza. La decisione iraniana di reagire a un raid israeliano in Libano, invece, dimostra plasticamente che quella fase è finita. I “focolai” sono collegati tra loro. Ogni fibrillazione locale si propaga a livello regionale.

Israele ha accontentato Trump solo a metà

La sospensione degli attacchi israeliani contro l’Iran, attribuita alle pressioni del presidente Donald Trump, è un segnale di quanto sia incerta la situazione. Israele ha accettato di fermarsi su quel fronte, ma ha continuato a colpire nel sud del Libano con intensità crescente. Una distinzione formale, utile a mostrare deferenza verso gli alleati senza rinunciare alla logica della pressione su Hezbollah. Anche le ricostruzioni del New York Times parlano di un ordine di Benjamin Netanyahu di interrompere i preparativi per nuove operazioni in territorio iraniano, ma non di un vero cambio di strategia.

L’esercito israeliano continuerà a operare contro il Partito di Dio nel Paese dei Cedri e a centrare la sua capitale nel caso in cui il gruppo prendesse di mira le città israeliane. Lo ha fatto sapere il ministro della Difesa Israel Katz. L’impressione è che Tel Aviv abbia bisogno di una guerra permanente perché Netanyahu possa sopravvivere politicamente.

L’Iran è pronto a colpire di nuovo

Dall’altra parte, l’Iran ha annunciato la “cessazione” dei lanci di missili contro lo Stato ebraico dopo l’appello del tycoon, sostenendo di aver già inflitto una “risposta dolorosa” al nemico. Il comando Khatam al-Anbiya ha chiarito che gli attacchi erano una ritorsione per le operazioni israeliane nel sud del Libano e nella periferia meridionale di Beirut, considerate parte di un piano sostenuto dagli Stati Uniti. L’avvertimento è duplice. Teheran non vuole una guerra totale, ma non accetterà che Tel Aviv continui a colpire i suoi alleati senza conseguenze. E se i bombardamenti dovessero proseguire, la risposta sarà “molto più dura”.

Riaperto lo spazio aereo in Iraq

Il riavvio dello spazio aereo iracheno, chiuso dopo il lancio dei missili iraniani, è un altro indicatore della tensione. Baghdad si muove con estrema cautela, consapevole che ogni scintilla può trasformare il suo territorio in un corridoio di guerra. Allo stesso modo, l’invito del premier pakistano Shehbaz Sharif alla moderazione riflette il timore diffuso che un cessate il fuoco già fragile possa crollare definitivamente proprio mentre una soluzione diplomatica sembrava vicina.

La doppia ala di Teheran

Sul fronte iraniano, il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito la dottrina della “doppia ala”. Diplomazia e difesa vengono considerati strumenti complementari del potere nazionale. È un messaggio rivolto sia all’interno, per rassicurare un’opinione pubblica provata dall’aggressione militare israelo-americana, sia all’esterno, per segnalare che l’Iran non intende rinunciare né alla deterrenza né al negoziato. Una postura che mira a presentare la Repubblica islamica come attore razionale, capace di reagire ma anche di contenersi, in vista di possibili evoluzioni vantaggiose.

Nel frattempo, la regione continua a dover registrare episodi collaterali che riflettono la delicatezza del momento. L’incendio sulla petroliera al largo dell’Oman, pur non collegato direttamente al conflitto, ricorda quanto sia a rischio la sicurezza marittima in un’area già attraversata da attacchi e sabotaggi. E i nuovi raid israeliani vicino a Tiro fanno capire che certe dinamiche sul terreno non si sono fermate, rendendo di fatto impossibile una de-escalation stabile.

La situazione è in bilico

Il risultato è un equilibrio precario, in cui ogni attore cerca di evitare una guerra totale, ma non è disposto a compiere il primo passo verso la distensione. Gli Stati Uniti si trovano nel ruolo più scomodo. Devono contenere Israele, rassicurare gli alleati arabi e impedire che l’Iran trasformi la crisi in un vantaggio strategico duraturo. Ma la finestra per farlo si sta rapidamente restringendo.


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