L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

​Il destino di un’idea: la destra che non deve smettere di fare la destra

di Alessandro Scipioni -


La destra ha vinto le elezioni per il coraggio. Per la promessa di un’alternativa non solo politica, ma una via alternativa ad un sistema che da decenni rinnega l’identità in favore del conformismo globale.

Oggi, osservando il panorama di un Governo che pare aver smarrito la bussola della propria ferocia costruttiva, il rischio non è tanto la sconfitta elettorale, quanto una lenta e inesorabile irrilevanza culturale.
Il problema non è cadere, è capitato anche ai migliori pugili dopo un colpo basso, ma l’accettazione di una metamorfosi silenziosa che sa di resa. Quella Waterloo in progress che si manifesta ogni volta che, per timore di dispiacere ai salotti chic o alle cancellerie del nord Europa, si sceglie la resa verso un modello imposto; è il sintomo di una destra che inizia a giocare a fare il centro per compiacere una sinistra che, in ogni caso, non le concederà mai il certificato di rappresentabilità. A sinistra sono manichei ed inquisitori. Se non stai con loro sei il male. Non si fanno sconti per alcuna eresia.

​Non si può governare con il complesso d’inferiorità. Farsi consigliare da figure storiche del passato, che hanno già ampiamente dimostrato come si distrugge un fronte identitario, non è segno di maturità politica, ma voluptas dolendi.

La destra che abbiamo scelto nel 2022 non era una fotocopia sbiadita del progressismo né un approdo per i naufraghi del centrismo tecnico alla Calenda o alla Renzi, pronti a trasformare la coalizione in un PD 2.0 o qualsiasi cosa li porti al potere. Era, e deve tornare a rappresentare, un’alternativa di civiltà che non sacrifica i propri uomini e le proprie posizioni sull’altare di un perbenismo di facciata o di stucchevoli prese di distanza internazionali che sanno di debolezza.

​Questa rivoluzione culturale che invochiamo non può limitarsi a qualche slogan elettorale, essere un uragano rivoluzionario nelle istituzioni, a partire dalla scuola.

Non è più tollerabile che l’istruzione sia appalto esclusivo della sinistra, con tanto di woke, cancel culture e politicamente corretto, gender, e storia scritta come un opuscolo di propaganda.

La formazione delle future generazioni va sottratta alla sinistra per essere restituita a un paradigma che rimetta al centro la nostra tradizione.

 Allo stesso modo, non possiamo accettare supinamente questa Europa franco-tedesca, un circolo chiuso gestito da banchieri e tecnocrati che ci impongono una morale depravata e lontana dalle nostre radici.

Serve una contro risposta di fierezza identitaria, che non chieda scusa per i propri valori, ma che proponga un modello di società opposto e incompatibile con le derive nichiliste del presente.

​Illudersi di vincere le prossime elezioni solo perché l’opposizione appare frammentata è un errore fatale. L’elettore di destra non passerà mai al campo avverso, è vero.

Ma può sempre optare per l’astensione.

Se il governo continua a incassare senza rispondere, se continua a imbarcare fuffa centrista e a circondarsi di consiglieri che hanno già fallito, il processo di caduta sarà irreversibile.

Non è richiesta moderazione in una fase tesa della storia, Ooggi c’è l’esigenza di dare una sterzata netta.

Perché tra l’essere accettabili per il sistema e l’essere fedeli al mandato popolare, la scelta a destra deve essere ovvia.

O la destra torna a combattere per il sovranismo e l’identità, o finisce a recitare un copione scritto da altri.

Ed al il popolo italiano i comprimari non sono mai piaciuti.

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