“Il Csm non è il parlamentino dei magistrati”. Intervista a Giulio Prosperetti
“Non c’è un confronto sui dati tecnici di questa riforma, perché la sinistra ha voluto cavalcare questo referendum per avere una visibilità in questa fase contro la destra. Però, il paradosso è che l’impianto attuale del codice di procedura penale rimane in gran parte quello del codice Rocco e la sinistra che aveva a suo tempo in programma la divisione delle carriere oggi, invece, difende il codice fascista. E’ uno degli ossimori di questa situazione. In questo modo la sinistra non fa un buon servizio a sé stessa”. Ne è convinto Giulio Prosperetti, vice presidente della Corte costituzionale fino al 2024 e presidente del comitato referendario Popolari per il Sì.
Sul fronte del no è schierata anche gran parte della magistratura e l’intera Anm. Loro invece tentano di fare un buon servizio a sé stessi?
“Proprio recentemente ho saputo che è nato un gruppo di diverse decine di magistrati che sono per il sì. Certo è vero, molti magistrati sono per il no ma perché paradossalmente ritengono che questa riforma rafforzi il pubblico ministero. Altri lo sono per una solidarietà di categoria, in quanto a loro dà molto fastidio la costituzione dell’Alta Corte disciplinare. Oggi l’attuale Csm, se non assolve tutti, commina delle sanzioni minime. Qualche mese di perdita dell’anzianità di servizio ma niente di significativo”.
Sembra che la magistratura non riconosca che il potere politico sia deputato a intervenire anche sulle norme che regolano la giurisdizione. Cosa ne pensa?
“Secondo me è molto grave l’atteggiamento della magistratura che si è schierata, che ha fatto manifesti. La costituzione di questo partito dei magistrati indubbiamente non giova alla democrazia”.
Invece, sul fronte del Csm cosa dà più fastidio, lo sdoppiamento o il sorteggio?
“Io credo che sia proprio il sorteggio perché praticamente riduce di molto il potere delle correnti. Ma il sorteggio si è reso necessario perché i membri del Csm hanno sempre votato compatti secondo le indicazioni delle rispettive correnti. Quindi, se c’era un magistrato incolpato di una determinata corrente tutti i membri di quella corrente votavano per l’assoluzione. Se c’era un problema di una nomina in un importante ufficio direttivo tutti votavano allo stesso modo. Il Csm però non è il parlamentino dei magistrati. E’ un organo di garanzia e un organo di garanzia non può dipendere dalle correnti. Un organo di garanzia deve dipendere dal proprio prestigio individuale e, soprattutto, dall’indipendenza dei propri membri. Inoltre, si critica molto il sistema del sorteggio, però i giudici che devono andare a integrare la Corte costituzionale nei giudizi d’accusa contro il Presidente della Repubblica sono sorteggiati da una lista approvata dal Parlamento. I giudici che compongono il Tribunale dei Ministri sono sorteggiati. I giudici popolari della Corte d’Assise, che possono dare anche l’ergastolo, sono sorteggiati. Ecco perché questa criminalizzazione del sorteggio è un po’ assurda. E’ dovuta al fatto che indebolisce le correnti. Ovviamente, anche se un magistrato è sorteggiato appartiene a una certa corrente, però non deve a quella corrente la sua nomina. Quindi non ha un impegno a conformarsi a quelle che sono le direttive della corrente”.
Come risponde a chi dice che a questo punto vale la pena sorteggiare anche i consigli comunali?
“Confondono gli organi rappresentativi con gli organi di garanzia. Questa è la base perché l’indipendenza della magistratura è garantita nei confronti del singolo giudice. Non è che il Csm rappresenta l’indipendenza della magistratura, è un organo che deve valutare attualmente le posizioni di carriera degli incarichi direttivi dei magistrati e poi applicare le sanzioni. L’analogia che viene fatta con altri organi politici che sono invece rappresentativi non ha proprio nessun senso”.
Per quanto riguarda la divisione delle carriere si va a ultimare un percorso che parte da lontano, dal 1989. Come mai non si ebbe allora la sua costituzionalizzazione?
“Il codice Rocco è stato modificato la prima volta nell’89 con la legge Vassalli, però c’è stata una forte resistenza della magistratura per cui per dieci anni non si è fatto nulla. Dieci anni dopo, nel 1999, c’è stata la modifica della Costituzione sul giusto processo, cioè si è detto che il giudice deve essere terzo e imparziale e che le parti, accusa e difesa, devono essere sullo stesso piano. Questo principio poi non è stato attuato. E la riforma referendaria della divisione delle carriere è, invece, proprio in perfetta attuazione del principio costituzionale stabilito nel 1999”.
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