L'indovinello di Patuelli, lo spettro dei ricorsi in tribunale: le banche pronte alla guerra?
Non è Waldo: chiedersi, come ha fatto ieri il presidente dell’Abi Antonio Patuelli, “dov’è raffigurato Giustiniano?” non è mica un passatempo. È un atto, economico e politico. Un passo indietro. È d’obbligo. Il governo è alle prese con la manovra e sta lavorando a un nuovo contributo da parte del comparto bancario e assicurativo nazionale. Servono cinque miliardi per far quadrare i conti. I denari vanno presi là dove ci sono. In banca. L’idea si fa tema di dibattito pubblico, diventa sempre più condivisa nell’ambito della maggioranza. C’è un problema. Ed è quello dell’accordo triennale tra il governo e le banche che è stato (già) sottoscritto un anno fa. La tenuta dell’intesa è stata sollevata, ieri, da Carlo Messina.
Patuelli, l’Abi e Messina
L’amministratore delegato del gruppo Intesa Sanpaolo ha detto di “aver creduto” alle promesse di Giorgia Meloni, di aver risposto al suo appello “a trovare una soluzione volontaria per poter contribuire”. “Abbiamo raggiunto un accordo triennale volontario”, ha rimarcato Messina. Ora, però, c’è delusione: “Quello che non si dice è che a fronte di cinquanta miliardi di utili, lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte”. La questione è di metodo e di merito. Perché le banche non ci stanno a finire sempre nel mirino mentre non si parla mai, come ha tuonato proprio il Ceo di Intesa Sanpaolo, di altre imprese, operanti in altri settori, che pure guadagnano ma che “non vengono mai nominate”. Le banche, insomma, si sentono messe all’indice. Un atteggiamento “punitivo” che non piace a nessuno. Nemmeno a Confindustria.
Il monito di Confindustria
Alessandro Fontana, direttore del Csc, ha affermato a Nex Economy che “non bisogna punire le imprese perché realizzano utili più elevati”. E ha aggiunto: “Chiedere un contributo a chi ha guadagnato di più è un’altra cosa: significa coinvolgere queste imprese nel sostegno all’economia del Paese. Se si introduce una tassazione ad hoc sulle imprese che hanno fatto più profitti, si rischia di punire proprio quelle che hanno ottenuto risultati migliori. Un conto è chiedere un contributo per sostenere la finanza pubblica, un altro è punire chi ha realizzato più utili”. Insomma, non va cercato lo scontro né la “correzione” dei guadagni del comparto premiato dai tassi alti e da una politica monetaria più rigida. Bisogna trovare una soluzione condivisa. Ed è proprio qui che emergono i problemi.
Dove sta Giustiniano?
E allora Waldo, anzi Giustiniano? Eccolo, ci siamo arrivati. Al presidente dei banchieri italiani, Antonio Patuelli, ha risposto con una specie di indovinello a una domanda dei giornalisti al termine del comitato esecutivo dell’Abi. Gli hanno chiesto se vale ancora il brocardo “Pacta sunt servanda”. Una domanda che si riallaccia ai dubbi di Messina e li collega a quelli del comparto del credito. C’è un accordo, va rispettato. Sarà ancora in vigore o si arriverà a una rottura? Magari fragorosa? Ecco, Patuelli ha risposto come avrebbe fatto un maestro zen a un allievo affamato di sapienza. Con calma olimpica ha spiegato: “I motti di diritto latino sono stati codificati da Giustiniano imperatore. Domando a voi dove è raffigurato in Italia Giustiniano imperatore”. Ecco, dov’è Giustiniano. Il suo lascito, storico e culturale, si trova nei codici. La sua immagine, in qualità di padre del diritto civile, in molti tribunali italiani. Non lo dice apertamente, non giunge a conclusioni, non fa nulla. Però la suggestione c’è, la lascia a chi vuole coglierla. Vuoi vedere che le banche italiane sono pronte a trascinare un’eventuale richiesta del governo per un contributo davanti a un giudice?
Sherpa al lavoro
Sarebbe un grosso problema. Per tutti. Gli sherpa, da entrambe le parti, sono chiamati adesso a un superlavoro. Si deve lenire, allentare la tensione. Trovare una quadra. Il count-down verso la manovra è già iniziato da tempo. Non si aspetta che il giudizio da Bruxelles sul documento programmatico già inviato, nei giorni scorsi, dal ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti. Poi il bilancio dovrà passare al vaglio del consiglio dei ministri. Quindi sbarcherà in Parlamento. Di tempo, come al solito, non ce n’è granché. E mentre dalle parti della Lega continuano le bordate alle banche, in casa Forza Italia si prosegue a tentare la via soft. Quella della “moral suasion”.
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