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Attualità

Ecco perché Ranucci deve scusarsi con me

di Alberto Filippi -


C’è una scena che vale più di mille editoriali. Martedì 28 aprile 2026, in prima serata su Rete4, davanti alle telecamere di Bianca Berlinguer, Sigfrido Ranucci – il grande inquisitore, il cacciatore di verità, il conduttore di Report – lancia la sua “bomba”: una fonte, afferma, avrebbe visto il ministro della Giustizia Carlo Nordio nel ranch uruguayano di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, mentre era in corso l’istruttoria per la grazia a quest’ultima.

Peccato che la bomba fosse, come quasi sempre accade con Ranucci, una pistola ad acqua.
Il ministro Nordio telefona in diretta. Voce ferma, tono netto: nessun ranch, nessun incontro, missione ufficiale documentata, follie inventate di sana pianta. E chiude con una frase che fotografa l’intera parabola del personaggio: “Avete veramente toccato il fondo”.

Non è la prima volta che Ranucci tocca il fondo. È la prima volta che qualcuno glielo dice davanti a tutta Italia, senza che lui possa montare al contrario le immagini, scegliersi i testimoni, chiudere il bozzolo della trasmissione e cucire il racconto a suo piacimento.

Perché è questo il punto. Non si tratta di un errore isolato. Si tratta di un metodo collaudato, rodato, industriale. Il meccanismo è sempre uguale: si lancia l’accusa – meglio se in forma ipotetica, con il “si dice”, con il “una fonte avrebbe”, con il “stiamo verificando” – e il danno è fatto. La smentita arriverà dopo, quando la reputazione è già sgretolata. La correzione non va mai in onda. Le scuse non esistono nel vocabolario di Report. Il sospetto è già una condanna, il dubbio è già una sentenza, e la trasmissione è già andata.

Quella sera Ranucci aveva persino ammesso, a microfono aperto, che la notizia non era verificata. Eppure l’aveva detta. In televisione. Perché la notizia non verificata, in quel modello di giornalismo, è già una notizia.

E il soggetto dell’insinuazione, quella sera, era il ministro della Giustizia della Repubblica italiana.
La Rai gli ha inviato una lettera di richiamo. Il direttore Corsini contesta la diffusione di notizie non verificate e chiarisce che, se Nordio dovesse procedere per vie legali, l’azienda non coprirà il suo giornalista.

È un fatto storico: viale Mazzini prende le distanze. Ma non basta. Una lettera di richiamo non restituisce un’ora di vita normale a chi è stato demolito davanti all’Italia intera. Non cancella il post di domani mattina screenshottato per sempre. Non ripara la vita di chi, senza accuse formulate, senza avviso di garanzia, senza processo, si è ritrovato il proprio nome accostato a parole che non avrebbe mai dovuto sentire.

Lo so bene. Perché quel caso, in parte, sono io.

Con una puntata intitolata “Cosa Veneta”, Report aveva affrontato il tema delle infiltrazioni ‘ndranghetiste nel Veneto, tirando in ballo il mio nome sulla base delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Cinque ore di registrazioni depositate dai miei legali, prove che dimostravano l’estorsione e la calunnia, non hanno fermato la macchina.

Le accuse sono cadute. Tutte. I PM stessi che avevano indagato hanno visto che era tutta un’invenzione. Nessun tribunale, nessuna condanna, nessun processo. Solo quella trasmissione, con le sue insinuazioni, i suoi esperti scelti, il suo montaggio ad arte. Ranucci si è scusato? Ha rettificato? No. Silenzio. Il silenzio di chi sa di aver sbagliato, ma non ammetterlo mai è parte del metodo.

E per buona misura, Report si era anche permessa di prendermi in giro per la mia passione per il canto – una passione privata, innocua, che non ha fatto mai del male a nessuno. Come se amare la musica, amare le proprie figlie, vivere la propria vita potesse diventare materiale per il ridicolo pubblico.

Ho fatto politica nel centrodestra, orgogliosamente, e probabilmente tornerò a farla se ne avrò la possibilità, proprio per provare a cambiare qualcosa. Nel frattempo sono diventato giornalista, cosa che amo fare, perché il giornalismo serio è una cosa nobile e necessaria.

Ma da giornalista serio voglio appartenere a un Ordine che sappia anche tutelarmi da chi il giornalismo serio non sa nemmeno cosa sia.

Ma c’è un episodio che supera ogni limite, professionale e umano, e che racconto perché il Paese sappia fino a dove può arrivare questa trasmissione. Sono stato vittima di una rapina in villa. Sequestrato per un’ora. Sequestrata la mia famiglia. Le mie due bambine. Immaginate cosa significa. Immaginate il terrore di un padre che non riesce a proteggere i propri figli.

È il momento più buio, quello in cui si vorrebbe solo silenzio e vicinanza umana. E Report cosa decide di fare? Pubblica un post. Un post che nella forma sembrava quasi solidale, ma nella sostanza era un modo per ricordare il proprio servizio su di me – quel servizio sbagliato, non rettificato, mai accompagnato da una sola parola di scusa.

Hanno usato la mia rapina, il sequestro delle mie figlie, come pretesto pubblicitario per rinverdire un’inchiesta sbagliata. Hanno strumentalizzato il dolore di una famiglia per fare promozione a se stessi. Un doppio errore professionale e morale: tornare a puntare il dito su di me proprio nel momento più tragico della mia vita. Si può essere più cinici? Si può palesare con tale spudoratezza la volontà di colpire qualcuno che consideri un nemico – nemico solo perché la pensa diversamente, solo perché si è schierato politicamente dove Report individua i suoi bersagli – usando ogni pretesto, anche il pianto di due bambine?

Se non interviene la Rai a sufficienza. Se non intervengono i PM, molti dei quali sono troppo vicini a Ranucci per farlo. Allora deve intervenire l’Ordine dei Giornalisti. Deve aprire un’istruttoria sul Re degli Indagatori.

Deve stabilire come vengono costruite certe trasmissioni, dove finisce il giornalismo d’inchiesta e dove inizia il linciaggio sistematico.

Deve stabilire se una trasmissione chiusa – dove chi viene accusato non può replicare, i testimoni sono scelti a uso proprio, le fonti mai completamente verificate, le insinuazioni lanciate come granate e mai ritirate – possa ancora chiamarsi giornalismo.

Perché quello che accade dentro Report non è giornalismo. È qualcosa d’altro. È un omicidio mediatico a freddo, eseguito con pazienza artigianale, contro persone scelte non perché colpevoli, ma perché stanno dall’altra parte della barricata.

Ranucci deve scusarsi. Pubblicamente. Con me. Con tutti quelli che ha distrutto senza motivo.
Il giornalismo ha regole. E le regole non sono un optional – sono il confine tra chi informa e chi diffama, tra chi indaga e chi condanna, tra il giornalista e il giustiziere. Ranucci ha scelto da che parte stare. Ora è tempo che anche l’Ordine scelga la sua.

Il Re degli Indagati è lui. E questa volta l’inchiesta la merita davvero.


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