La percezione del tempo che cambia: perché l'estate si "accorcia" anche se si è allungata
Dicon tutti che l’estate s’è allungata ma a noi, però, sembra sempre più corta. E sì, lo sappiamo che certe cose vanno scritte sottovoce. Come una confidenza. Inutile ripeterci la solita lezione. Il caldo, purtroppo, lo accusiamo fin troppo. Ma l’estate, però, non è più come quella di una volta. E no, non c’entra la nostalgia. Oddio, in realtà sì. Ma fino a un certo punto. Perché, innanzitutto, è una questione matematica. Anzi, logaritmica.
L’estate si è davvero accorciata?
Gli scienziati tambureggiano. Numeri e studi, ricerche e cifre. Il cervello, sempre lui. Amico e nemico. È noto fin dal secolo scorso che le temperature, innanzitutto, cambiano il modo di vedere – anzi di percepire – le cose. Anche lo scorrere del tempo. Ma i numeri agitati dagli studiosi non son quelli del meteo che, per una volta, c’entra poco. David Eagleman è un neuroscienziato. Che ha firmato una ricerca della Clinch Valley College della Virginia. Studio che racconta quello che sperimentiamo, tutti. E prova a spiegarlo con cifre e dati. Detta un po’ meglio. Il tempo è questione di logaritmo. Tutto è relativo, persino l’agire del Gran Signore che restituisce tutto a tutti. Ma l’attesa, però, è diversa. E fa la differenza. Già, perché per un bambino di dieci anni l’attesa del giorno del suo compleanno è più “lunga” rispetto al nonno che di anni ne compirà settanta. Perché un anno rappresenta, nel ragionamento di Eagleman, il 10% della vita vissuta (e sperimentata) da quel bambino. L’incidenza è di gran lunga maggiore rispetto al (già) vissuto dall’adulto che potrà attendere in maniera più serena (e preparata) il prossimo genetliaco. Il neuroscienziato, quindi, ha teorizzato una vera e propria scala logaritmica. L’attesa, o meglio sarebbe dire lo scorrere del tempo, verrebbe “interpretato” in maniera differenziata rispetto alle fasce d’età. Dai cinque ai dieci anni tutto è lentissimo, aumenta un po’ fino ai vent’anni, accelerando ulteriormente al compimento dei 40 anni. Da qui, in poi, è tutto un turbinare di eventi.
Tutta colpa degli occhi
Ma secondo l’analisi del professor Adrian Bejan della Duke University, se ciò accade è tutta colpa degli occhi. Anzi, dei movimenti saccadici ossia dei “clic” sulle immagini catturate e spedite al cervello per l’analisi. Nei bambini se ne registrerebbero molti di più, gli adulti invece ne avrebbero molti di meno. E se il cervello ha meno elementi da analizzare, percepisce più velocemente e s’illude che il tempo scorra più veloce. Lo sguardo disincantato, l’averne viste tante che nulla ci sorprende, quell’ombra di cinismo che ci portiamo dentro sono tutte cose che ci fanno guardare alla realtà con meno attenzione, e sicuramente meno stupore, inducendoci a credere che il tempo stia fuggendo in maniera sempre più veloce, manco fossimo finiti, invece che seduti sulla sdraio, ad arrampicarci in una montagna russa.
La magia che si perde
È, dunque, proprio questa la differenza. Da bambini guardavamo tutto, sentivamo tutto e tutto finiva in quell’archivio a cui ora, da grandi, ci rivolgiamo in cerca di pace e di conforto quando abbiamo voglia di un attimo di serenità. È evidente, però, che non si possa ridurre tutto a un mero incrocio di evidenze scientifiche, di movimenti saccadici, di logaritmi. Ci aiutano, certo, a capire e a descrivere la realtà. Ci consentono di leggerla un po’ meglio. Ma la verità è che la chiave, anche per non invecchiare, rimane quella di guardare al mondo con gli occhi di un bambino. Anzi, di quel bambino che viveva estati lunghissime, infinite. Piene, dense, fitte fitte, di cose da raccontare. E qui ci ritroviamo come il Napoleone del 5 Maggio di Manzoni, ricordate? “Stette, e dei dì che furono l’assalse il sovvenir”. Di quelle lunghe estati ricordiamo tutto. Perché non c’erano gli smartphone, non c’erano le bollette, non avevamo preoccupazioni. Perché le vacanze non esistevano, c’era la mitologica villeggiatura e durava tre mesi: da giugno a settembre. Vivevamo un mondo fatato, eravamo ricchi e non lo sapevamo. Quantomeno di movimenti saccadici. Sappiamo benissimo che non era davvero così, conosciamo i trucchi del cervello che tende a farci ricordare le cose buone e a farci dimenticare quelle che lo erano meno. Ma una cosa, però, è innegabile.
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Quel rito di passaggio che non c’è più
Le estati erano, soprattutto da bambini e poi da adolescenti, dei riti di passaggio. Una vera e propria iniziazione alla vita. Roba che è scomparsa, almeno per noi adulti. I primi amori, il motorino. Il bar e gli amici. Le scoperte tra le trasformazioni del corpo e l’emergere dei sentimenti. Passioni e serate, intense e profumate, come l’orzata o i dolci della nonna. Lunghi come un tramonto, pure quelli si sono accorciati. No, forse no. È che ne abbiamo visti talmente tanti che non ci sorprendono più. Ed è proprio così che si invecchia, a prescindere da quello che racconta la carta d’identità (elettronica, va da sé). Smettere di sorprendersi sarà anche una postura ottima per chi ama, in società, passare per blasé e cosmopolita. Ma il prezzo da pagare è davvero tanto, troppo, alto. La vita va vissuta ogni attimo, ed è vero non c’entra nulla la retorica.
Ritrovare gli occhi del bambino che fummo
Per farlo bisogna ritrovare il coraggio di tornare a sorprendersi, viaggiare attraverso se stessi e il mondo alla ricerca del tempo non più perduto, come Proust, ma ritrovato. Anzi, (ri)allargato. I movimenti saccadici degli occhi, magari, non saranno più quelli frizzanti di un tempo. Le reti neurali, stiracchiate dagli anni e dagli acciacchi, non saranno più quelle corte e accordate di quando eravamo piccoli. Ma riuscire a ritrovare la sorpresa, regalarsi attimi di scoperta, è la via maestra per difendere il proprio tempo. Un vero e proprio elisir, nemmeno virtuale ma reale, di eterna giovinezza.