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Il treno del Pnrr in ritardo: il rinvio sulla gara dei servizi intercity

Slitta a lunedì il voto sul decreto Pnrr. I numeri del monitoraggio, l'Italia è tra i più bravi della classe Ue

di Cristiana Flaminio -


Gara servizi intercity. Tanto tuonò che, alla fine e come ampiamente prevedibile, piovve. Per adesso, però, piove solo un rinvio. Che però mette, ulteriormente, fretta al governo. Perché non si può più attendere e ciò che resta del Pnrr passa anche dalla gara per i servizi intercity. Ieri mattina il ministro ai rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, ha ufficializzato il rinvio del voto sul decreto Pnrr a lunedì. Era nell’aria. I sindacati, e il governo stesso, vorrebbero andare avanti con la gara a lotto unico. Ma c’è il nodo del diritto comunitario, delle indicazioni della Commissione Ue e, soprattutto, le indicazioni che arrivano (anche) dalle organizzazioni di settore che, invece, si sono orientate su un altro modello. Che prediliga la concorrenza.

Il pasticcio della gara servizi intercity

È una vicenda che sembra banale, secondaria. Ma è tutto tranne che questo. Un dibattito, quello sui servizi intercity, che va avanti in maniera poco più che carsica da settimane. Non fosse altro perché può valere, tutto compreso, fino a 3 miliardi. E, soprattutto, perché rischia di imballare l’ultima (e in un certo senso più importante) tranche economica e politica del Pnrr. L’ipotesi più vicina ai desiderata europei sarebbe stata quella di procedere alla gara con tre lotti. Appena ha preso corpo quest’idea, i sindacati di categoria hanno minacciato una vera e propria sollevazione. Lo schema che, secondo il Mit, avrebbe garantito “il massimo della concorrenza” finiva per diventare, nella lettura delle parti sociali, un elemento di divisione (e confusione) che avrebbe avuto come ulteriore effetto, letale, quello di “alimentare il dumping contrattuale”.

La posizione dei sindacati e lo sciopero rientrato

 Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ferrovieri, Fast Confsal e Orsa Ferrovie, già a maggio scorso, avevano denunciato l’operazione come “una scelta non neutra che rischia di compromettere un’infrastruttura essenziale per la coesione territoriale e il diritto alla mobilità, soprattutto nelle aree non servite dall’alta velocità”. E, soprattutto, una potenziale fonte di “inefficienze, perdita di economie di scala, minori investimenti e un peggioramento della qualità del servizio”. La richiesta, pertanto, era stata netta. I sindacati avevano chiesto “un modello unitario o fortemente integrato di bando di gara”. Il balletto, che si trascinava già da gennaio, è continuato, però, fino a oggi. Le ragioni delle parti sociali erano state, a giugno, ribadite dalla Cisl che aveva apprezzato l’apertura del Mit alle richieste. I sindacati, che avevano minacciato ondate di scioperi proprio su questo argomento, soprassedettero all’astenersi dal lavoro proprio rassicurati dagli impegni presi in tal senso dal governo.

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I dubbi dell’Anac

La doccia fredda s’è palesata all’inizio di luglio, quando l’Anac, e cioè l’autorità nazionale anti-corruzione, ha espresso i suoi dubbi sullo schema unitario. “L’affidamento senza divisioni in lotti penalizza le Pmi, penalizza la concorrenza e crea i presupposti per un abbassamento del livello del servizio nel tempo”, aveva detto il presidente Giuseppe Busia in un’audizione alla Commissione Bilancio della Camera proprio sul decreto Pnrr. “Con questa scelta si creano i presupporti per ridurre la concorrenza – aveva aggiunto il Presidente dell’Anac – e questo potrebbe aver dei costi. Al di là della gara unica, che può dare vantaggi nella gestione di un interlocutore unico, sul lungo periodo infatti la spinta per la concorrenza si riduce”. Insomma, per l’Anac, scegliendo la strada del lotto unico “si rinuncia ad una decisione che il Parlamento aveva assunto, quella di aprire il mercato”.

Il Pd all’attacco di Salvini

Una bella grana per Salvini che si ritrova pure a dover rintuzzare l’attacco del Partito democratico. Che, dopo essersi schierato coi lavoratori e aver deplorato le “mancate promesse” del governo ai sindacati, ha smontato la lettura rigida delle normative Ue. “Non hanno fondamento gli alibi sul vincolo europeo – hanno spiegato i parlamentari Misiani e Casu -: l’articolo 4 del Regolamento Ce 1370/2007 consente espressamente standard sociali nei bandi e l’articolo 11 del Codice dei contratti pubblici impone già di individuare il contratto collettivo di riferimento. Chi si nasconde dietro Bruxelles sceglie di non tutelare i lavoratori. Salvini ha il dovere di rispettare la parola data”.

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Tutti i numeri (finora) del Pnrr

Intanto, sempre a proposito di Pnrr e tralasciando per un attimo la spinosa questione della gara sui servizi Intercity, sono stati pubblicati i nuovi dati del Monitoraggio sull’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Allo stato attuale, stando a quanto si evince dai numeri pubblicati, l’Italia ha raggiunto il 72,3% dei traguardi. In pratica ha soddisfatto 416 su 575 tra obiettivi e traguardi, che ci son valsi finora trasferimenti per 165,99 miliardi di euro a fronte dei 194,4 totali previsti dal piano stesso e pari all’85,4 per cento dell’intero ammontare. L’Italia, di slancio, è tra i più bravi della classe. La media Ue è pari a poco meno del 58% di obiettivi raggiunti e si attesta al 68,7% in materia di risorse incassate. I progetti già conclusi in Italia sono il 74,9% del totale per un valore pari a 41,03 miliardi di euro (che poi rappresenta il 23,7% delle risorse impegnate).


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