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“La Tigre era già al traguardo” — Federica Brignone, l’oro che vale una nazione

di Alberto Filippi -


C’è un momento, nello sci, in cui il tempo si ferma ancora prima di partire.

Il cancelletto si chiude, il respiro si accorcia, la montagna trattiene il fiato.

E lei era già prima.

Lo si vedeva negli occhi. Non uno sguardo qualunque, ma quello di chi ha già attraversato la tempesta e sa riconoscere il sole prima ancora che sorga. Lo si vedeva nel casco, quella tigre disegnata sopra — ma più che un disegno sembrava una confessione. Perché quella tigre non era vernice: era tatuata nel DNA, nel cuore, nella fame di chi non ha mai smesso di crederci.

La smorfia della bocca era concentrata, quasi severa. Non c’era spazio per la paura. In quell’istante, senza che il cronometro fosse ancora partito, Federica Brignone era già al traguardo.

Poi il via.

Una partenza che sembrava leggera, quasi senza fatica, come se la gravità avesse deciso — per rispetto — di pesare un po’ meno. Una piccola sbavatura, sì, di quelle che solo i fuoriclasse possono permettersi perché sanno già come riprendersi ogni millesimo.

E poi quel dettaglio surreale: il cronometro che non rileva un intermedio. Un vuoto improvviso.

Quasi un messaggio della montagna:

“Vai troppo forte persino per il tempo.”

Giù, sempre più veloce, a disegnare linee perfette sulla neve delle Tofane di Cortina d’Ampezzo — una delle piste più belle del pianeta, oggi trasformata in teatro di un destino scritto da anni.

Prima al traguardo. Ancora.

Ma non come le altre volte.

Perché questa è l’Olimpiade.

Perché queste sono le Olimpiadi di casa.

Perché questa era la medaglia che mancava alla più grande sciatrice che l’Italia abbia mai avuto: Federica Brignone.

La storia, a volte, sa aspettare. Ma quando arriva, pretende di essere indimenticabile.

E impressiona ciò che è accaduto dopo, davanti ai microfoni. Nessun lamento, nessuna concessione al dolore. Non ha parlato della paura di cadere. Si è detta tranquilla, quasi serena, come chi ha già vinto tanto.

Ma noi lo sappiamo — e forse lo sappiamo ancora meglio oggi — che dietro quella serenità c’erano quasi 300 giorni di dolori allucinanti. Un ginocchio da ricostruire, la sensibilità da ritrovare, il coraggio da rimettere in pista. Allenamenti saltati non per scelta, ma per sopravvivere sportivamente.

Eppure eccola lì.

Perché il talento basta fino a un certo punto. Poi serve altro. Serve quel cuore che — evidentemente — due grandi genitori le hanno donato insieme alla forza di non arrendersi mai.

E allora diciamolo, senza timidezza.

Una volta ogni tanto, quando abbiamo un super campione, facciamo gli spacconi.

Facciamo vedere al mondo che l’Italia non sa essere solo prima.

Sa essere super prima.

Questa medaglia non vale soltanto perché Brignone l’ha vinta. Vale per come l’ha vinta: con mezza gamba affaticata, mezzo ginocchio da proteggere, e tutto il resto compensato dall’ardore, dal carattere, dalla passione — quelle virtù che raccontano la parte più luminosa del nostro Paese.

È molto più di un oro.

È una lezione.

Un invito ai giovani: guardate cosa significa rialzarsi.

Un invito agli adulti: insegnate questi valori ai vostri figli.

Un invito agli italiani: abbracciate il tricolore, perché è fatto anche di donne così.

Non era un caso che fosse la nostra portabandiera.

E forse non dovrebbe smettere di esserlo mai — perché certe figure non guidano solo una delegazione, guidano un’emozione collettiva.

Oggi non ha vinto soltanto una campionessa.

Ha vinto la resilienza contro il dolore, il coraggio contro la paura, la volontà contro ogni limite umano.

E mentre la tigre tagliava il traguardo, un intero Paese scopriva di correre con lei.

Perché esistono vittorie che finiscono in una classifica…

e poi esistono vittorie che entrano nell’anima di una nazione.

Quella di Federica Brignone è una di queste

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