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Femminicidio di Spoleto: il giudice Tordelli condanna Romita alla pena dell’ergastolo

di Priscilla Rucco -


La Corte d’Assise di Terni ha emesso il suo verdetto riguardo al femminicidio di Spoleto: ergastolo per Nicolas Gianluca Romita, l’uomo che il 25 marzo del 2025 uccise la moglie Laura Papadia tra le mura domestiche, al termine di una lite degenerata nell’irreparabile. Una sentenza che coglie di sorpresa per la sua giusta severità: il pubblico ministero Alessandro Tana, nella requisitoria, aveva richiesto la pena di trent’anni di reclusione, ritenendo applicabili le attenuanti generiche.

La Corte, invece, presieduta dal giudice Tordelli, ha accolto le istanze delle parti civili, infliggendo all’imputato la pena più severa prevista dal nostro ordinamento.

Femminicidio di Spoleto: la tesi della premeditazione

Determinante nella costruzione dell’impianto accusatorio sostenuto dai legali della famiglia Papadia -gli avvocati Filippo Teglie a Monica Genovese – è stata la qualificazione dell’atto non come volontario, ma come delitto premeditato. A sostegno di questa ricostruzione, gli avvocati hanno presentato alla Corte le telefonate che Romita aveva effettuato al figlio maggiore nei giorni immediatamente precedenti al delitto. In quelle conversazioni l’uomo aveva indicato al ragazzo dove avrebbe potuto reperire dek denaro qualora gli fosse “accaduto qualcosa”: un dettaglio questo, che secondo la difesa della famiglia, tradisce una pianificazione lucida e non la “perdita improvvisa “di controllo che l’imputato ha cercato di accreditare.

A pesare sulla decisione dei giudici è stata anche la natura dell’atto in sé: nel corso della requisitoria il pm aveva riferito che Laura Papadia era deceduta dopo oltre cinque minuti durante i quali Romita non aveva cessato di tenerla bloccata. Pe gli avvocati della parte civile, questo specifico elemento escludeva la possibilità di concedere attenuanti, rendendo incompatibile qualsiasi riconoscimento di collaborazione processuale con la brutalità concreta di quanto effettivamente avvenuto.

La difesa e la richiesta (negata) di perizia psichiatrica

L’avvocato difensore Luca Maori aveva provato a percorrere una strada differente nel tentativo di limitare la condanna del proprio assistito. Infatti, fin dalle prime fasi del procedimento aveva richiesto che Romita fosse sottoposto a perizia psichiatrica, istanza che il tribunale ha poi rigettato. In aula Romita aveva sostenuto di aver sostenuto di aver vissuto una sorta di “blocco cognitivo” legato ad una intensa pressione emotiva, dichiarandosi incapace di ricordare con precisione i momenti principali dell’omicidio. Il difensore aveva poi chiesto che le attenuanti generiche prevalessero sulle aggravanti, puntando in questa maniera, ad una pena inferiore ai trenta anni richiesti dalla pubblica accusa. La Corte ha respinto entrambe le impostazioni.

Il risarcimento alla famiglia

Oltre alla pena detentiva, la sentenza dispone il pagamento di provvisionali immediatamente esecutive a favore dei familiari di Laura Papadia: centomila euro al padre della vittima e cinquantamila euro per ciascun fratello. Una misura che, pur non restituendo la donna, rappresenta un riconoscimento formale del dolore inferto a chi le voleva bene.


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