L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Festival di Sanremo/2: Salvini, Vannacci, Rocchi e un miracolo

Se riuscite a capire le parole, a cosa vi fanno pensare i testi delle canzoni?

di Angelo Vitale -


La seconda serata del Festival di Sanremo conferma l’impressione della prima. I testi delle canzoni in gara galleggiano in un’atmosfera rarefatta, quasi “sbianchettata”. Parole che non graffiano, versi che non restano.

Difficile scorgere epigoni delle “discese ardite” scritte da Mogol per Lucio Battisti o del leggendario “Non escludo il ritorno” di Franco Califano. Quelle frasi sono entrate nel lessico (e nel costume) nazionale. Qui, per ora, entrano al massimo nei sottotitoli.

Leggi anche Sanremo, da Sandokan a Nordio

Cosa ti fa pensare questo verso?

A questo punto, conviene cambiare approccio. Non chiedersi cosa significhi un testo, ma cosa faccia pensare. ammesso che si riesca a capire le parole. Ieri sera abbiamo scoperto che dipende dal settaggio audio dei cinici tecnici Rai.

La serie di acuti del quasi 82enne Fausto Leali, ad esempio, sembra un messaggio cifrato. Un represso “Mi manchi” che immaginiamo sussurrato dal leader leghista Matteo Salvini al generale Roberto Vannacci. Traduzione politica: “Mi mancheranno i tuoi voti”. L’acuto sale, la suggestione pure.

E il generale, ormai diventato superdoroteo con la sua mini-pattuglia parlamentare, come risponderebbe? Non pervenuto.

Nayt come Rocchi

Poi c’è Nayt, un nome che è un inno all’inglese masticato di tutti noi. Canta: “La realtà non si vede, finché io non ti vedo. Finché tu non ci vedi me. Supportarci a vicenda. Sopportarci dicendo che ne vale la pena. Dimmi, è vero o non ci credi?”. Sembra Gianluca Rocchi, emblema di tutti gli odiatissimi arbitri italiani.

Il Festival diventa così una cabina di regia parallela. Ogni verso si presta a letture trasversali. Ogni inciso sembra scritto più per suggerire che per dire.

Il miracolo del Dopofestival

La seconda serata, come la prima, finisce nel Dopofestival. E lì accade il miracolo. Tra una standing ovation e l’altra della adorante “Sala Stampa”, scopriamo che la frontwoman de Le Bambole di Pezza ed Ermal Meta possono reggere il confronto con i mostri sacri internazionali.

“Fly Me to the Moon” di Frank Sinatra e “Don’t Look Back in Anger” degli Oasis vengono eseguite con sicurezza, mestiere, controllo scenico. Applausi convinti, occhi lucidi, giornalisti in estasi.

Poi però si torna ai brani in gara. E l’effetto è un mezzo boomerang. Le cover brillano, gli inediti molto meno. Il confronto non perdona. Ce ne accorgeremo meglio pure venerdì.


Torna alle notizie in home