Fine vita, le Regioni si muovono ma a Roma è tutto fermo: “Serve una legge nazionale”
Lazio e Puglia si muovono sul fine vita, ma a Roma il Parlamento resta fermo. Intanto cresce la richiesta di una disciplina nazionale uniforme
C’è movimento sul territorio, c’è la mobilitazione popolare e c’è l’attenta risposta degli enti locali. C’è uno stallo – e da tante parti silenzio – a livello nazionale. È questa la cornice in cui si trova la legge sul Fine vita, su cui le Regioni (lo hanno già fatto Emilia-Romagna, Toscana, Sardegna e Veneto) continuano a dare risposte, mentre a Roma manca ancora una normativa nazionale. L’ultimo capitolo di questa ormai lunga storia arriva da due altri territori nel nostro Paese.
La proposta nel Lazio sul Fine vita
Nel Lazio, l’Associazione Luca Coscioni ha consegnato ieri al Consiglio regionale 13mila firme raccolte a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Liberi subito”. La campagna punta a introdurre procedure e tempi certi per dare attuazione alle condizioni già individuate dalla Corte costituzionale sul suicidio medicalmente assistito. “Una persona non deve essere tenuta in condizione di sofferenza insopportabile per mesi addirittura per anni”, ha detto Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, alla consegna delle firme. L’obiettivo dei promotori è quindi quello di organizzare il percorso sanitario regionale per chi si trovi nelle condizioni previste dalla giurisprudenza costituzionale.
La proposta in Puglia
Nello stesso giorno la Puglia ha messo sul tavolo una nuova proposta – questa volta presentata dalla maggioranza (con primo firmatario il dem Stefano Minerva) – dopo quella depositata il 7 settembre dai consiglieri di minoranza Napoleone Cera della Lega e Marcello Lanotte di Forza Italia. Qui, il confronto si sposta direttamente in Consiglio regionale con la proposta del Pd che punta a definire il percorso all’interno delle Asl senza introdurre nuovi requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito.
Due territori diversi da cui arriva – anche se con diverse modalità – la stessa richiesta: garantire procedure certe e uniformi sul fine vita in assenza di una disciplina nazionale. Perché il punto cruciale rimane proprio questo, il vuoto legislativo nazionale. Il nostro Paese non ha ancora una legge dello Stato che disciplini in maniera organica tempi, procedure e modalità del suicidio medicalmente assistito.
Il quadro attuale è quello che guarda alla giurisprudenza costituzionale, cioè dalla sentenza 242 del 2019, con cui la Consulta ha escluso la punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di precise condizioni: la persona deve essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ritiene intollerabili, e tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale. Le condizioni devono inoltre essere verificate dal Servizio sanitario nazionale, con il coinvolgimento del Comitato etico.
Anche più recentemente, nel luglio 2026, la sentenza 152 ha ribadito che, in assenza di un intervento legislativo, il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale mantiene un ruolo centrale nel perimetro individuato dalla sentenza del 2019.
La richiesta di una legge nazionale
Un riferimento, appunto, ma non una legge. E nell’attesa (nella speranza che non sia vana) sono state le Regioni a muoversi sul piano organizzativo con normative o percorsi specifici. Tuttavia, la questione delle competenze regionali è finita davanti alla Consulta che, per ogni caso, valuta eventuali illegittimità e individua i confini tra le normative del territorio e quelle dello Stato. Ovviamente tutte diverse.
È proprio qui che si inserisce la questione sollevata dal presidente della Calabria Roberto Occhiuto: “Serve una legge uguale in tutta Italia”, ha detto, sostenendo che affidare alle singole Regioni il compito di legiferare rischierebbe di produrre una “legislazione Arlecchino”. Insomma, il Parlamento dovrebbe assumersi la responsabilità di stabilire una disciplina uniforme a livello nazionale. “Io mi auguro – ha concluso – che all’inizio della prossima legislatura si possa fare e mi auguro che una legge del genere sia nel programma del centrodestra per le prossime elezioni”.
Fine vita, si muove Forza Italia
E se Occhiuto parla di centrodestra, è soprattutto dai banchi della sua Forza Italia che si trovano maggiori consensi. Tra gli altri, nelle scorse settimane, avevano avanzato la stessa richiesta la presidente dei senatori azzurri Stefania Craxi – “Penso che il Parlamento debba affrontare una discussione presente nella maggioranza dell’opinione pubblica. Il centrodestra non può rimanere indietro rispetto a istanze maggioritarie” – e la senatrice FI Licia Ronzulli che ha fatto appello al Parlamento: “Quando si parla di diritti di salute non ci si può limitare a girare la faccia dall’altra parte”.
Eppur si muove, qualcosa. Ma i testi per una legge nazionale sul Fine vita rimangono bloccati nelle Commissioni come in una palude che, forse, rimarrà tale almeno fino al voto. Ma quanto a lungo il Parlamento può lasciare che siano le singole amministrazioni territoriali, le sentenze della Consulta e le iniziative dei cittadini a costruire, pezzo dopo pezzo, il quadro del fine vita in Italia? La stessa Corte costituzionale ha rivolto, fin dal 2019, un “vigoroso auspicio” perché la materia venga regolata in modo organico. Cos’altro serve?
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