Il miracolo del Campo Largo: uniti nel dubbio, spaccati nella realtà
Se c’è una straordinaria capacità che possiamo riconoscere al cosiddetto Campo Largo è sicuramente quella di presentarsi all’appuntamento con la storia rigorosamente in ordine sparso.
Negli ultimi giorni, mentre l’esecutivo Meloni prosegue nell’attuazione del suo programma con la solidità di chi sa dove andare, le cronache parlamentari ci hanno regalato l’ennesimo capitolo della saga del centro sinistra allargato.
L’ultimo cortocircuito, in ordine di tempo, si è consumato sul disegno di legge contro l’antisemitismo. Una materia che, in un mondo ideale, dovrebbe vedere le forze politiche convergere senza esitazioni. E invece, la sinistra è riuscita nell’impresa di trasformare un baluardo di civiltà in un ring di posizionamenti tattici.
Da una parte il Partito Democratico, costretto a equilibri interni sempre più precari per non scontentare le varie anime, dall’altra il Movimento 5 Stelle e i rosso-verdi, perennemente a caccia di una bandierina identitaria da sventolare contro il governo. Il risultato? Un voto frammentato, un festival dell’astensione strategica e la plastica dimostrazione che, quando si tratta di passare dai tweet di condanna ai voti reali, il Campo Largo preferisce la fuga in avanti.
Ma il capolavoro del posizionamento politico progressista si è visto sul fronte della giustizia e delle intercettazioni, la famigerata e ribattezzata ‘legge bavaglio’. Qui il Nazareno si è letteralmente spaccato in due. Mentre i vertici del partito tentavano di imbastire la solita narrazione contro le riforme governative – accusate, con la consueta fantasia, di voler attentare alla libertà di stampa – una fetta tutt’altro che marginale di parlamentari Dem ha scelto una via decisamente più pragmatica.
Riformisti storici e amministratori locali, che ben conoscono i danni della giustizia spettacolo e del fango mediatico, hanno guardato con favore (o quantomeno con evidente realismo) alle misure introdotte dalla maggioranza per tutelare la presunzione di innocenza e il decoro del processo penale.
Questa spaccatura interna al PD non è solo una grana per la segreteria, ma un implicito e clamoroso endorsement alla linea del governo. Dimostra che le riforme della giustizia portate avanti dal centrodestra non rispondono a logiche di parte, ma a un profondo senso di civiltà giuridica che persino i settori meno ideologizzati della sinistra non possono fare a meno di riconoscere. L’esecutivo tira dritto, forte di una visione chiara: tutelare i cittadini dal tritacarne mediatico, garantire la certezza del diritto e promuovere il rispetto delle istituzioni.
Nel frattempo, a sinistra si continua a teorizzare un’alleanza che non c’è. Il Campo Largo resta un laboratorio di buone intenzioni destinate a infrangersi alla prima chiamata della campanella di Montecitorio o di Palazzo Madama. Divisi su tutto, dall’antisemitismo alle garanzie giudiziarie, l’unico vero collante delle opposizioni rimane il no pregiudiziale all’azione governativa. Un po’ poco per candidarsi a guidare il Paese, decisamente abbastanza per continuare a intrattenere gli osservatori della politica con i loro quotidiani, spassosi bisticci.
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