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Esteri

Geopolitica degli stretti: quando le rotte diventano potere

Da Hormuz a Taiwan

di Ernesto Ferrante -


Gli stretti marittimi sono oggi la più delicata infrastruttura naturale del sistema internazionale. Non semplici passaggi geografici, ma veri “dispositivi di potere”. Chi li controlla può influenzare flussi energetici, rotte commerciali, stabilità regionale e, in ultima istanza, l’ordine globale. La storia, e le tensioni contemporanee, mostrano che questi “passaggi” sono il punto in cui la geografia diventa politica e la politica diventa strategia.

I passaggi cruciali

Dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb, dal Bosforo ai Dardanelli, da Malacca allo Stretto di Taiwan, fino agli stretti danesi di Oresund e Kattegat. Dodici vie naturali che concentrano una quota decisiva del traffico mondiale di petrolio, gas, materie prime e beni industriali. Secondo l’Energy Information Administration, attraverso Hormuz transita circa un quinto del petrolio globale, Malacca è la porta d’accesso dell’Asia orientale, Bab el-Mandeb collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo, gli stretti turchi regolano l’uscita della Russia dal Mar Nero. In ciascuno di questi punti, la vulnerabilità delle rotte si traduce immediatamente in fragilità geopolitica.

Ordini contro

La Convenzione di Montego Bay del 1982, definita la “costituzione degli oceani”, sancisce la libertà di navigazione negli stretti naturali e vieta l’imposizione di pedaggi. È un principio cardine dell’ordine liberale marittimo. Ma la sua applicazione non è mai stata neutrale. Già nel XVI secolo il Portogallo tentò di controllare Hormuz per monopolizzare le rotte delle spezie, mentre nel XIX secolo la Danimarca impose a lungo pedaggi a Oresund, condizionando l’accesso al Baltico. La geografia degli stretti ha sempre offerto agli attori regionali una leva strategica sproporzionata rispetto alla loro forza militare.

Le rotte e i giochi di potere

Negli ultimi tempi questa dinamica è tornata centrale. L’Iran, pur non avendo ratificato Montego Bay, ha finora rispettato la libertà di transito a Hormuz per consuetudine. Ma il nuovo ciclo di ostilità con Stati Uniti e Israele lo ha trasformato in uno strumento di pressione. La minaccia di chiusura o di pedaggi è sufficiente a destabilizzare i mercati energetici. Lo stesso accade a Bab el-Mandeb, dove gli Houthi utilizzano il controllo delle coste yemenite come una clava politico-militare. Washington teme che un precedente a Hormuz possa essere replicato altrove: nel Mar Cinese Meridionale, nello Stretto di Taiwan, o persino a Malacca, dove le ambizioni marittime di Pechino si intrecciano con gli interessi di Singapore, Malesia e Indonesia. La militarizzazione delle acque contese spaventa. La competizione tra Stati Uniti e Cina rende gli stretti asiatici il baricentro della geopolitica contemporanea.

Il controllo degli stretti

Gli stretti turchi, regolati dalla Convenzione di Montreux del 1936, sono un altro nodo. Ankara controlla l’accesso della Russia al Mediterraneo, un potere che ha assunto nuova rilevanza dopo la guerra in Ucraina. Anche qui la geografia diventa diplomazia. Chi controlla un passaggio obbligato controlla la postura strategica di intere regioni.


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