L'inedita convergenza tra Jnim e i separatisti tuareg dell'Azawad sta trasformando la geografia del conflitto nel nord del Mali
Nel nord del Mali, dove il deserto inghiotte le strade e la guerra è una presenza che non sorprende più nessuno, si sta consumando una delle metamorfosi più inattese del panorama saheliano. Per anni i jihadisti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim), affiliati ad al-Qaeda e i separatisti tuareg dell’Azawad, custodi di un progetto identitario che affonda le radici nella storia nomade del Sahara, si sono combattuti senza tregua. Oggi avanzano sullo stesso fronte, uniti dall’obiettivo tattico comune di indebolire la giunta militare di Bamako e colpire la presenza russa dell’Africa Corps. Non un’alleanza ideologica, ma un patto di necessità che sta ridisegnando gli equilibri del Sahel.
Dalle vecchie ostilità al patto di necessità in Mali
La convergenza è nata dopo anni di ostilità. Nel 2012, nel caos seguito alla caduta di Gheddafi, tuareg e jihadisti provarono a collaborare contro il governo maliano, ma l’intesa fu effimera. I gruppi islamisti imposero la loro agenda religiosa, i separatisti difesero la causa territoriale dell’Azawad. Lo scontro fu inevitabile. Oggi, però, la pressione della giunta di Assimi Goita e l’arrivo dei russi hanno congelato antiche rivalità. Alcuni leader tradizionali degli “uomini blu” hanno favorito un dialogo che sembrava impossibile, riaprendo canali tra comunità che condividono il deserto ma non la visione del futuro.
Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) è l’erede dei movimenti separatisti, e può contare sul radicamento locale e la conoscenza del territorio. Dispone inoltre di combattenti esperti, spesso provenienti dalle forze armate maliane o dalle milizie che hanno combattuto in Libia. Jnim, invece, porta la forza militare con migliaia di uomini, reti di finanziamento, arsenali sottratti alle basi governative e una mobilità che sfrutta motociclette e mezzi leggeri per colpire e sparire nel deserto.
Fla e Jnim: capacità complementari
La nuova alleanza ha già mostrato la sua capacità offensiva. Il 25 aprile le due fazioni hanno lanciato un’operazione coordinata che ha messo in difficoltà la giunta, rivendicando la conquista di Kidal e l’uccisione del ministro della Difesa Sadio Camara, uno dei volti più riconoscibili del potere militare di Bamako. Il 4 luglio sono tornati a colpire insieme, prendendo di mira posizioni strategiche come Anefis, nodo cruciale tra Kidal, Gao e Timbuctù. Per il governo maliano, sostenuto da Mosca dopo la rottura con Francia e partner occidentali, è un segnale allarmante. Il controllo delle città non basta a dominare il deserto.
Washington valuta un ritorno nel Sahel
In questo scenario già complesso, arriva la notizia che l’amministrazione di Donald Trump sta valutando operazioni militari contro Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin. Secondo il Washington Post, il gruppo jihadista è considerato la minaccia più pericolosa del Sahel. La decisione non è stata presa, anche se l’ipotesi indica un rinnovato interesse americano per una regione dove l’Occidente si era progressivamente ritirato. Un eventuale intervento diretto comporterebbe anche il rischio di incidenti con le forze russe, rendendo necessario un meccanismo di coordinamento simile a quello sperimentato in Siria.
Da Washington, ufficialmente, non sono arrivate conferme. La Casa Bianca si è limitata a ribadire che incoraggia i governi africani ad acquistare equipaggiamenti statunitensi per rafforzare la lotta al terrorismo. Ma fonti citate dal quotidiano attribuiscono alla Russia il fallimento della strategia di sicurezza in Mali. La Wagner prima e gli Africa Corps poi, non sarebbero riusciti a contenere l’espansione jihadista. Jnim, infatti, ha consolidato il controllo su vaste aree del Paese, ha esteso gli attacchi agli Stati costieri e nel 2025 ha imposto un blocco dei rifornimenti di carburante che ha paralizzato il Mali.
Un’alleanza non solida ma destabilizzante
La convivenza tra le due “anime armate” resta fragile. Il Fla punta all’autonomia dell’Azawad, mentre Jnim mira a un progetto islamista che travalica i confini. All’interno dello stesso movimento jihadista esistono correnti che guardano con sospetto a un accordo troppo politico, preferendo un mero “patto di scopo”. Nel “bordo del deserto”, dove le alleanze cambiano con la velocità del vento, la guerra ha trovato dei nuovi protagonisti e un fronte comune che nessuno, fino a pochi anni fa, avrebbe immaginato.