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Esteri

Hormuz, la prova del nove: il Golfo è in mano all’Iran

Il crollo del traffico certificato da Lloyd's List rivela ciò che Washington continua a negare: Teheran controlla lo Stretto

di Ernesto Ferrante -


Il dato più devastante per Donald Trump non arriva da Teheran, ma da Londra. Lloyd’s List, la Bibbia del trasporto marittimo globale, certifica che il traffico “non iraniano” nello Stretto di Hormuz è praticamente scomparso. Le navi transitano “al buio”, con i transponder spenti, e la rotta energetica più strategica del pianeta è di fatto interdetta. Non per scelta americana. Non per un’operazione multilaterale. Per volontà dell’Iran.

La discrepanza tra la realtà tecnica e la narrativa politica è abissale. Mentre gli Stati Uniti insistono nel sostenere che “lo Stretto è aperto”, gli operatori marittimi globali si comportano come se fosse chiuso. E nel mondo reale, quello delle assicurazioni e dei premi di rischio, conta ciò che fanno le navi, non ciò che dicono i governi.

Trump oscilla: minacce, retromarce e una strategia che non c’è

Secondo il Wall Street Journal, Trump valuta un ventaglio di opzioni che sembrano più un brainstorming del Pentagono che una strategia presidenziale. Le alternative sono bombardare siti energetici iraniani, inviare truppe sull’isola di Kharg o colpire un complesso di tunnel a Pickaxe Mountain, ritenuto un sito nucleare fortificato. Il presidente alterna dichiarazioni muscolari a improvvisi tentativi di capitalizzare episodi isolati, come il rilascio di una cittadina americana, presentandoli come successi diplomatici. Ma sul terreno, la realtà è impietosa. L’Iran colpisce, gli Stati Uniti reagiscono, e la spirale non produce alcun vantaggio strategico per il tycoon.

La campagna americana appare oscillante, incoerente, priva di un obiettivo politico. E soprattutto inefficace. La risposta iraniana, al contrario, è chiara e fatta di droni, missili e un messaggio calibrato. Le forze della Repubblica islamica hanno colpito basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Oman e Giordania. La Giordania ha intercettato missili. Il Kuwait denuncia attacchi ai sistemi Patriot. Il Bahrein segnala droni abbattuti. Il Golfo è un mosaico di reazioni difensive.

L’attacco in Giordania, dove gli Usa si sentivano al sicuro

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno rivendicato due ondate di missili balistici contro una base aerea statunitense in Giordania. Secondo Teheran, gli Stati Uniti avrebbero colpito “nei pressi di un ospedale pediatrico specializzato nella cura del cancro”, utilizzando basi giordane per l’operazione. Una narrativa studiata per delegittimare ancora di più moralmente Washington e giustificare una risposta “difensiva”. Ma il punto strategico è un altro. L’Iran dimostra di poter colpire anche le strutture più interne, quelle che gli americani ritenevano relativamente protette.

Il fallimento strategico degli Usa

La campagna americana, presentata come un’operazione per “ridurre la capacità iraniana di minacciare il traffico marittimo”, sta producendo l’effetto opposto. Il traffico nello Stretto è crollato e l’Iran appare ancora più audace. La crisi nello Stretto di Hormuz non è solo un’escalation militare, ma un test di potere. E la prova, oggi, dice una cosa semplice. La Repubblica islamica dell’Iran controlla la rotta energetica più importante del mondo. Gli Stati Uniti no.


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