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Glovo, la legge è uguale per tutti

L'azienda aumenta le paghe ma taglia le ore Basta trucchetti, deve assumere i rider. Altrimenti ciao

di Giovanni Vasso -


Aumentano le paghe nominali ai rider per le consegne ma limitano il tempo a disposizione per lavorare, Glovo sperava di sfangarla così ma al pubblico ministero di Milano non la si fa. E, difatti, i magistrati hanno dato il loro parere negativo alla richiesta di revoca di amministrazione controllata per la società Foodinho, finita nel mirino delle inchieste sui rider sottopagati. È inutile girarci attorno: i fattorini sono lavoratori e come tali vanno assunti. Stop. Che, tra le altre cose e come ha riportato il Corriere della Sera, vuol far luce sull’algoritmo che decurterebbe, automaticamente, tre ore su dieci di lavorate.

La richiesta di Glovo, la risposta della Procura: “Rider sottopagati”

A fronte di un aumento, va detto, del premio alla consegna. La coperta è corta e non cambia, nel concreto, granché. Il pubblico ministero Paolo Storati lo ha scritto nelle otto pagine depositate all’ufficio del giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi. Un documento, quello della Procura, che risponde nel merito alla richiesta avanzata dai legali della società Foodinho finalizzata a ottenere la revoca del controllo giudiziario. Il pm non è poi così d’accordo dal momento che, come si legge nella nota, “ai lavoratori non viene retribuita circa il 30 per cento dell’attività lavorativa”, insomma i rider sono ancora sottopagati da Glovo. La questione è tutta matematica. La Procura ha rilevato che, a un mese dalla sperimentazione delle misure che impongono “un compenso minimo di tre euro a consegna e un corrispettivo minimo orario lordo di 14 euro”, le cose non si sono davvero risolte. E restano ancora troppe ombre al punto che il magistrato chiede, apertamente, di “far immediatamente cessare la situazione di illegalità in cui opera Foodinho”. Sono accuse forti.

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L’escamotage del tempo “effettivo”

Che Storari motiva spiegando l’escamotage che sarebbe stato utilizzato da Glovo: “Ai lavoratori non viene retribuito circa il 30% dell’attività lavorativa” dal momento che la somma dei 14 euro orari “non è riferita al tempo di messa a disposizione delle energie lavorative bensì al solo tempo di esecuzione”. Chiaro, no? Se aspetti tre quarti d’ora la comanda e ne impieghi altrettanti per fare le consegne, ti pagano solo il tempo impiegato per queste e non quello perduto aspettando che l’algoritmo si ricordi di te. Lo spiega ancora meglio il documento del pm: “Per più della metà dei rider il corrispettivo percepito nel mese di giugno 2026, rapportato al tempo effettivo di connessione attiva, risulta inferiore al minimo orario che la Società si è impegnata a garantire”. Fatta la legge, verrebbe da dire, trovato l’inganno.

Chi paga i contributi?

C’è, però, un altro inghippo. Gigantesco. Sta tutto nella questione dei contributi. “L’onere è integralmente traslato sul prestatore e in larga parte non assolto”, spiega il pm Storari. Son tutti inquadrati a partita Iva, come fossero liberi professionisti. Tanti di loro son stranieri. E a pagarsi (anche) i contributi non ci pensano proprio. Il tema, questo, è centrale perché “i rider sono lavoratori subordinati” dal momento che “la prestazione remunerata in effetti avviene all’interno di un algoritmo e si basa sulla virtualizzazione di ordine e prestazione di consegna”. E poiché “questo è ciò che viene remunerato” il lavoratore “dipende, quindi, in toto dall’azienda che lo gestisce”.

Altro che liberi professionisti…

Manca il requisito, centrale nella definizione di professionista (ammesso e non concesso che un rider possa anche solo immaginarsi di definirsi tale) il concetto di auto-organizzazione che, invece, Glovo e le piattaforme ritengono presente dal momento che esiste la possibilità di rifiutare le consegne. Opzione, però, che per il pm Storari è meramente “astratta”. La conclusione è una sola: basta chiacchiere, le aziende devono assumere i lavoratori e metterli a posto. E su questo i sindacati sono assolutamente d’accordo con la Procura.

L’analisi Cgil: “Ora le piattaforme devono assumere”

La Nidil Cgil lo mette nero su bianco: “Le piattaforme sanno perfettamente cosa devono fare: assumere le lavoratrici e i lavoratori che svolgono l’attività di rider come vero lavoro, pagarli dignitosamente e smetterla di usare l’algoritmo come strumento per eludere i diritti. i trucchi contabili non sono un aumento, sono un’ulteriore forma di sfruttamento”. Per il sindacato “gli aumenti dei compensi annunciati dalla piattaforma a fine maggio sono rimasti, nella sostanza, sulla carta”. E ancora: “Secondo i dati citati dalla Procura, tra il 28% e il 30% del tempo di lavoro effettivamente prestato dai rider continua a non essere retribuito. Lo avevamo denunciato già a giugno scorso, dati alla mano, con una lettera formale alla Procura di Milano e con un comunicato stampa”.

I conti del sindacato: “Solo pochi cent in più”

Secondo la Nidil Cgil “sul nuovo sistema di calcolo dei compensi introdotto il 31 maggio 2026 era subito emerso che i 3 euro minimi a consegna e i 14 euro lordi orari, presentati come una svolta, erano costruiti su un meccanismo, il tempo effettivo calmierato, capace di neutralizzarne l’effetto reale”. Ed è proprio quello l’inghippo svelato dalla Procura. “Avevamo dimostrato che un minimo per consegna sganciato dalla distanza, unito a cap statistici che tagliano il tempo riconosciuto ai fini del calcolo, trasforma il minimo garantito in un tetto mascherato da pavimento. Lo confermavano – assicurano dal sindacato – i conguagli una tantum ricevuti da tanti rider per quasi quattro mesi di attività (9 febbraio – 31 maggio 2026): pochi centesimi a testa, a fronte di annunci che promettevano aumenti medi di 200 euro mensili”.

L’etica del lavoretto e il bug di sistema della gig economy

Per Glovo, ma più in generale per le piattaforme, non si scappa. Il lavoro va pagato. E no, non vale a nulla la minaccia di lasciare il Paese. Manco più Meta, nemmeno Zuckerberg minaccia più l’Europa. Ce ne faremmo una ragione. Se la faranno i giudici milanesi, se la faranno pure i rider che qualcosa di meglio troveranno. Dire, come è stato fatto in passato, che il costo del lavoro fa saltare i margini di guadagno è un’ammissione di colpa. E’ svelare un bug di sistema più che una richiesta di aiuto. Il problema è della gig-economy, di una bolla vera e propria creatasi sulla ferita aperta (in Italia ma non solo) del lavoro sottopagato. Anzi, dell’etica (bum!) del lavoretto per arrotondare. I “lavoretti” non esistono, esiste solo il lavoro. E va remunerato, pagato (e tutelato) come tale.


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